Serena Brancale scende le scale composta, è concentrata. Magnetica nel suo abito bianco, talmente lineare da definire la forma dello spazio intorno a lei. Si capisce che sta per arrivare qualcosa che non ti aspetti, che insomma ci sarà poco da ballare.
Canta la morte della madre Maria, scomparsa nel 2020 e lo fa con parole profonde ma familiari, le potremmo dire tutti in fondo e magari le abbiamo dette: “E poi guardami quanto ti assomiglio” e “In questo silenzio sento la tua voce”.
Il brano è una ballad per niente prevedibile, con una prima parte classica e una seconda che destabilizza appena, non fa chiasso ma cambia il passo, trasforma il ritmo quel tanto che serve per ritrovare poi la strada di casa.
Qui con me è un canto libero di un’artista che cambia quando capisce che la vita è già cambiata. Perché mica ce ne accorgiamo subito, non c’è causa-effetto nei cambiamenti, accadono quando non possiamo più farne a meno. E lei lo fa dopo 6 anni, con una voce intensa che vibra, si incrina, vive e respira nei versi pieni di dolcezza.
Serena Brancale ha il coraggio di trasformarsi.
L’amore ci trasforma, il dolore ci trasforma, la sofferenza ci trasforma. Ma agli artisti non sempre questo è concesso. Rischiano spesso di restare nella gabbia di un ruolo, di un personaggio, di un genere, della paura anche solo di pensare di affrontare qualcosa che li metta in discussione. Perché potrebbero fallire. E gli artisti sono fragili, per loro il fallimento non è un passaggio ma un’identità.
E ha anche il coraggio di sfidare la santa inquisizione dei social che oggi condanna la spettacolarizzazione del dolore e domani scrive un post struggente sulla morte del pesce rosso in cucina.
Perché guai a cantare il dolore. Guai a scrivere di un padre, di una madre, dei figli. Guai. Sali su un palco, ci porti un pezzo di vita e sali subito sul banco degli imputati: come ti permetti di portare un brano che non parli di guerra, inclusione, politica? Come ti permetti di scrivere della morte di una madre?
Curioso che il dolore degli altri ci infastidisca. Quando riguarda noi, ci concediamo ogni esternazione, la difendiamo come un territorio sacro. Quando invece sono gli altri a parlare di emozioni semplici e primordiali - come la morte, sì, la morte è semplice, per questo è straziante - allora ci risentiamo. Accusiamo. Ridicolizziamo.
E selezioniamo il dolore. Puoi parlare di pace nelle canzoni, di omofobia, di ingiustizia sociale: ma se parli della morte di una madre, delle fatiche di un padre, allora ti accusano di strumentalizzazione.
È il dolore universale a spaventarci.Sospende le differenze con cui ci raccontiamo e le gerarchie che difendiamo. Diventiamo uguali a chi disprezziamo, perché il dolore non distingue, non premia e non sceglie.
Nel dolore per la morte di una madre si annullano le distanze: non ci sono opinioni, schieramenti, giudizi.
Serena Brancale vince i pregiudizi perché prende ciò che è di tutti e lo fa diventare suo. Alza una mano al cielo e chiede presenza mentre celebra l’assenza.
Quanta vita ruba il tempo.