«Tout n’est que rêve.»
Émile Zola, “Le Rêve” (1888)
Quando i petali bianchi e rossi sono scesi dal soffitto del palco del Teatro degli Arcimboldi di Milano, l’orchestra stava suonando Alicia e per qualche secondo il teatro ha smesso di sembrare un teatro. Alice Duport-Percier cantava mentre quei petali cadevano lentamente sul palco e la sensazione era quella di stare guardando qualcosa che apparteneva più a un ricordo che a uno spettacolo vero e proprio. Attorno a me nessuno parlava. Si sentiva solo la musica. Qualche respiro trattenuto, forse un paio di singhiozzi, ma non forzati, naturali. Perfino un colpo di tosse lontanissimo sembrava fuori posto. Un silenzio che non sembrava quello da cerimonia religiosa, ma da esperienza comune, anzi, da sogno collettivo.
Ed è stato lì che ho pensato a Thomas Mann. E a Wagner.
Perché quello a cui stavo assistendo non sembrava più un concerto tratto da un videogioco. Sembrava qualcosa di più strano. Più serio, anzi no, maturo. Mi sono sentito come i personaggi di Mann quando escono dall’opera dopo aver ascoltato Richard Wagner: svuotati, quasi febbrili, erratici e irrequieti sicuramente, come se la bellezza avesse alterato temporaneamente il loro rapporto con la realtà.
Nei Buddenbrook, ad esempio, la musica wagneriana inghiotte chi ascolta. Ne La montagna magica, invece, il tempo perde consistenza. E ancora ne La morte a Venezia la bellezza diventa quasi una malattia, un qualcosa di tossico, di sporco, di proibito. Dietro tutto questo c’è il sogno della Gesamtkunstwerk: l’opera d’arte totale, la fusione assoluta di musica, immagine, teatro e atmosfera. Non a caso una parola che Wagner si è praticamente cucito addosso.
Per tutta la durata della Painted Symphony di Clair Obscur: Expedition 33 ho avuto la sensazione che stesse succedendo esattamente questo.
Anche perché Clair Obscur è già, di suo, un gioco ossessionato dalla memoria. Dal gommage. Dalla cancellazione. Dal lasciare tracce nella memoria quando la propria, di traccia, fisica, scompare dal mondo. Tutto nel progetto di Sandfall Interactive sembra pensato per creare immersione: la Belle Époque decadente e “sottomarina”, i riferimenti pittorici, quella Francia immaginaria sospesa tra sogno e morte. Nel mondo di Expedition 33 le persone scompaiono, vengono cancellate, e ciò che resta è soltanto il segno che hanno lasciato dietro di sé.
Ed è esattamente quello che ho provato quando il concerto è finito. Come se per due ore qualcosa mi avesse completamente risucchiato, lasciandomi addosso solo la sensazione e il ricordo. Come se anche io, per un momento, fossi stato attraversato dal gommage.
Anche la musica di Lorien Testard contribuisce a questa sensazione in modo quasi inquietante. Brani come Paintress, Alicia, In Lumière’s Name, Robe de Jour / Rouge d’Iris / Portrait Imparfait o Nos vies en Lumière, ascoltati dal vivo, diventano materia narrativa, un’esperienza fisica totalizzante, non soltanto sonora. Ti attraversavano.
E forse è proprio qui che la musica di Lorien Testard riesce a fare qualcosa di rarissimo. Perché dentro Clair Obscur convivono chamber music, romanticismo ottocentesco, musica classica, jazz, fusion, perfino momenti quasi metal melodico da musical gigantesco e tragico. Eppure non c’è mai l’impressione del collage o della playlist costruita per stupire. Tutto sembra appartenere allo stesso mondo emotivo, alla stessa malinconia. Come se Debussy, i Dream Theater e Les Misérables fossero finiti intrappolati nello stesso sogno febbrile.
E forse è anche per questo che durante il concerto non veniva proiettata nessuna immagine del gioco dietro all’orchestra. Nessuno schermo gigante. Nessuna scena gameplay sincronizzata con la musica. Solo L’Orchestre Curieux, un coro enorme, le luci delle lampade antiche e quelle composizioni che a un certo punto sembravano più vicine all’opera che a un evento gaming.
E la cosa più sorprendente era il pubblico. Nessuno sembrava lì per ironia o per semplice appartenenza nerd. Certo, passione a fiotti, ci mancherebbe altro: cosplay, gente vestita “à la française” e tante risate e felicità. Ma non c’era quella distanza un po’ cinica con cui spesso oggi consumiamo la cultura pop (anche se al banchetto del merch c’è stata la classica ressa da Lucca Comics o Comicon Napoli, quasi a ricordare che quella componente esiste sempre, anche se sotterranea). Ma appena la musica iniziava tutto spariva. Restavano le persone coinvolte. Le facce sorridenti. Qualcuno con gli occhi lucidi. Le ragazze e i ragazzi innamorati che condividevano assieme un ricordo prezioso. E poi gli applausi, trattenuti fino all’ultima nota.
Ed è forse questa la cosa che mi ha colpito di più.
Per anni abbiamo discusso se i videogiochi potessero essere considerati o meno arte. Guardando la Painted Symphony mi è sembrato però che la domanda fosse diventata un’altra. Forse il videogioco è oggi uno degli ultimi baluardi in cui sopravvive davvero l’idea romantica dell’opera totale, insieme al pluricentenario cinematografo. Uno degli ultimi medium che tenta ancora di fondere musica, immagine, scrittura e partecipazione collettiva in qualcosa capace di inghiottire completamente chi guarda. Hai il controller e il mondo è tuo. Fai la tua parte. E se cadi? Nous continuons.
Per due ore, tra orchestra, cori e petali rossi, Clair Obscur: Expedition 33 non è sembrato un videogioco adattato a concerto. È sembrato qualcosa di molto più raro: un’esperienza estetica capace di lasciarti addosso la sensazione stranissima di essere stato, anche solo per un momento, da un’altra parte. Magari in compagnia di Mann, Wagner e forse perfino di Monoco.