Da libraia di Stromboli temporaneamente errante — perché si rimane librai anche in assenza di libreria — quando lascio l’isola amo curiosare in giro e scovare quelle librerie indipendenti che resistono in barba alle grandi catene, alle grandi città e possibilmente anche al buonsenso economico.
La mia è la piccola, preziosa e piuttosto psichedelica Libreria di Stromboli: un luogo in cui i libri si scelgono uno per uno, Paolo Sorrentino ha comprato Venere in pelliccia e Mick Jagger è comparso durante le riprese di The Three Incestuous Sisters, il film di Alice Rohrwacher che ha riportato il grande cinema sull’isola. Diciamo che, dopo esperienze simili, smettere di fare la libraia diventa complicato persino quando ci si allontana dal vulcano.
Ad agosto, del resto, libro mio non ti conosco. Non sono affatto convinta che sia il mese della lettura a Stromboli: la gente legge soprattutto i menu, gli orari degli aliscafi e le notifiche di Grindr. Io, però, continuo a cercare libri anche quando non sono dietro un bancone. È una malattia professionale senza terapia e, a ben guardare, non desidero guarire.
Così vado a caccia di librerie aperte in luoghi ameni, remoti o semplicemente improbabili. Librerie specializzate nell’amore e nell’eros, come Lato D Desiderio a Milano; librerie combattenti come la MarcoPolo a Venezia; librerie remote come quella sulla collina di Alba Donati; librerie che curano i mali dell’anima, come la Piccola Farmacia Letteraria di Firenze. E chissà quante altre ancora non conosco e vorrei conoscere.
La Libreria Alpe Colle di Marco Tosi era da tempo nella mia geografia dei desideri. Me ne aveva parlato un’amica di Stromboli e, quando ho scoperto che si trovava proprio sull’altra sponda del Lago Maggiore — a 1.238 metri, tra i monti Morissolo e Spalavera, in quell’avamposto delle Alpi Lepontine sospeso tra il lago e il Parco Nazionale della Val Grande — ho aspettato il momento giusto per raggiungerla.
Sono partita presto al mattino e ho attraversato il lago in traghetto: un piccolo richiamo romantico alla mia prossima traversata sulla Laurana, direzione Stromboli. Poi ho guidato lungo strade di montagna sempre più strette, ho lasciato la macchina e mi sono incamminata nel bosco. Una passeggiata rigenerante, con gli alberi al posto delle notifiche e il fiato finalmente impegnato in qualcosa di utile.
Sono sbucata all’Alpe Colle per prima, proprio mentre Marco apriva il cancello.
La libreria abita una casa di montagna dalle persiane rosse, circondata dal bosco e affacciata su un paesaggio che sembra aver disattivato il resto del mondo. Dentro, i libri occupano le stanze senza soffocarle: scaffali, tavoli, vecchie edizioni e volumi fuori catalogo. Non l’effetto algido di un bookshop progettato da un architetto per persone che non leggono, ma una casa vera, con il camino, la memoria e i libri che hanno trovato un altro modo di stare al mondo.
Le librerie sono fatte di libri, certo, ma soprattutto dai librai. Librai competenti, coinvolgenti e accoglienti, capaci di trasmettere la passione per la carta scritta ai viandanti che entrano nei loro luoghi magici. Io con una libreria sotto un vulcano, Marco con una libreria in un alpeggio: due forme diverse della stessa ostinazione. Sono presìdi culturali, ma anche umani. Piccole oasi di resistenza dentro un mondo sempre più finto, falso e felicemente fake. Luoghi nei quali qualcuno ti guarda ancora in faccia, cerca di capire chi sei e, invece di indicarti lo scaffale numero sette, prova a metterti tra le mani il libro del quale forse avevi bisogno.
Nel mio caso, il primo incontro è stato con Una donna al giorno di Giovanni Comisso: un libretto picaresco ed erotico pubblicato nel 1949 sotto lo pseudonimo di Luigi Figallo, denunciato per oscenità e sequestrato. Naturalmente l’ho riconosciuto subito come uno di famiglia. Ho sempre amato gli scrittori impudichi, irregolari e oggi probabilmente impubblicabili. Ode agli scorretti, prima che qualche comitato etico decida di metterli all’indice un’altra volta. Subito dopo, però, non sono stata io a trovare un altro libro. È stato lui a trovare me: I libri della mia vita del mio amatissimo Henry Miller. Uno scrittore indecente, vorace, innamorato della letteratura e della libertà. Insomma, ancora una volta niente di raccomandabile.
E infine ho trovato il libro perfetto per Moreno Pisto, direttore di MOW, PistoIsFree, pensatore libero radicale e ribelle che ha presentato Resistenza Intellettuale alla Libreria di Stromboli, dove il prossimo maggio vorremmo organizzare un piccolo festival di lucidisti: L’anarchia. Storia delle idee e dei movimenti libertari di George Woodcock, pubblicato nel 1966 e costato, ai tempi, 900 lire. Più che un regalo, una diagnosi. O forse il manuale d’istruzioni di Resistenza Intellettuale.
L’incontro con Marco è stato delicato e genuino come l’alpeggio che lo ospita. Lo sono stati anche i formaggi e il salamino dei produttori locali, accompagnati da una birra artigianale Balabiott. Il nome viene da quei “balla nudi”, vegetariani, anarchici, teosofi, nudisti e cercatori di verità che all’inizio del Novecento popolarono il Monte Verità, sopra Ascona, proprio dall’altra parte del lago.
Il Monte Verità, del resto, mi aveva già trovata sotto forma di libro mentre ero in Sicilia e poi mi aveva condotta fin lassù. Perché i libri sono portali: portano, trasportano e apportano. Spostano persone, pensieri e geografie. A volte li apri e parti; altre volte partono loro e, prima o poi, vengono a cercarti.
Pensavo fosse stato Umberto Eco a formulare la “regola del buon vicino”. Invece era stato Aby Warburg — e già questo dimostra che il buon vicino funziona, perché cercando Eco ho trovato Warburg. Secondo questa regola, il libro di cui abbiamo davvero bisogno non è necessariamente quello che stiamo cercando, ma quello che gli sta accanto. I volumi vanno quindi avvicinati seguendo affinità della mente e del cuore, creando legami che per un bibliofilo sarebbe sacrilego spezzare.
Marco lo fa con i libri. La montagna lo fa con le persone.
È stato un sabato bellissimo, capace finalmente di distrarmi e rimettere in movimento mente e corpo. Sono salita fin lassù convinta di andare a intervistare un libraio e sono tornata pensando che un uomo capace di trasferire centinaia di libri in un alpeggio non abbia aperto soltanto una libreria: abbia compiuto un atto di resistenza, bellezza e consapevolezza.
Di seguito, la nostra conversazione.
La domanda più banale, quella che immagino ti abbiano fatto centomila volte: cosa diavolo ti ha spinto ad aprire una libreria quassù?
Il legame con il territorio e l’amore per queste montagne. Sono nato e cresciuto a Verbania e questa è una casa di famiglia dagli anni Trenta.
Quando frequentavo le superiori sentivo ripetere una cosa molto tipica della provincia italiana: qui non c’è lavoro, dovete andarvene, andare all’estero, in una grande città. Capisco il desiderio di partire e mettersi alla prova altrove, ma trovavo triste che nessuno proponesse anche un’altra possibilità: restare, conoscere il proprio territorio, provare a custodirlo.
Ho studiato Storia e mi sono appassionato ai libri fuori catalogo, alle vecchie edizioni e alla loro ricerca. Ho iniziato ritirando libri usati e rivendendoli nei mercatini e nelle fiere. Poi, nell’estate del 2014, mi sono detto: perché non provare a fare qualcosa qui? Questa casa non era più realmente vissuta e un tempo qui c’era un alpeggio. Ho pensato a una specie di transumanza dei libri: riportiamo i libri all’Alpe e vediamo che cosa succede.
Abbiamo aperto per alcuni weekend e la gente ha cominciato ad arrivare. È stato il primo segnale che forse si poteva lavorare con i libri anche in provincia, senza essere necessariamente costretti ad andare altrove.
E da quella prima transumanza estiva come sei arrivato a creare un presidio stabile?
Per alcuni anni ho continuato a fare il libraio a Verbania e ad aprire qui soltanto per poche domeniche d’estate. Ma le persone aumentavano e qualcuno mi chiedeva persino, in pieno inverno: «Domenica ti trovo su?». Ogni volta che dovevo rispondere di no era una piccola coltellata.
Nel 2022 ho lasciato la libreria in città e mi sono dedicato completamente all’Alpe Colle. Quello che era nato come un esperimento estivo è diventato un presidio di libri e cultura, aperto da aprile fino alla fine di dicembre, meteo permettendo.
È una sfida fatta di libri, montagne e ospitalità. Perché per me chi varca quel cancello non è un cliente: è un ospite.
Questa è una cosa nella quale mi riconosco molto. Anche per me il libraio deve riuscire a capire chi ha davanti. C’è quasi un pizzico di psicomagia: il libro giusto arriva come una risposta a una domanda che magari l’altro non sapeva ancora di avere. Tu preferisci accompagnare personalmente chi entra?
Sì, non ho mai messo le categorie sugli scaffali. Preferisco raccontare com’è costruita la libreria perché, mentre lo faccio, riesco anche a capire chi ho davanti. A volte ripeto la stessa spiegazione cinquanta volte al giorno, ma va benissimo così.
Naturalmente una struttura c’è: narrativa, poesia, storia, arte, botanica, filosofia, spiritualità e una sezione dedicata al territorio, dall’Ossola al Lago Maggiore e al Lago d’Orta, oltre alle montagne e all’alpinismo.
Poi ci sono spazi che cambiano continuamente. Il tavolo, per esempio, è una specie di “piatto del giorno”: lì metto una selezione dei libri ritirati più recentemente, cose che magari non vedevo da tempo e che mi piace rimettere in circolo.
Preferisco questo al cartello che ti dice semplicemente dove andare. Così posso raccontarti un libro e magari capire quale stavi cercando prima ancora che lo sapessi tu.
È esattamente il tipo di psicomagia che intendo: il libraio non indica uno scaffale, crea un incontro. Qui, però, all’incontro hai aggiunto anche qualcosa da bere e da mangiare. Come fai a non trasformare la libreria in qualcos’altro?
Mantenendo il libro al centro. Mi piace offrire prodotti del territorio, un vino piemontese, un caffè o qualcosa da mangiare, anche perché siamo in montagna e qui intorno non c’è niente. Ma non ho una cucina e non voglio fare ristorazione: è un gesto di ospitalità.
Molte persone ormai arrivano apposta da altre regioni e vengono innanzitutto per i libri.
Mentre salivo fin qui pensavo a due parole: bellezza e consapevolezza. Per me sono quasi una bussola. E pensavo ai libri come a portali: portano altrove, portano persone, ci portano verso gli altri e apportano tanto. Per te che cosa sono?
Per me il libro è soprattutto uno strumento per arrivare agli altri e per arrivare a se stessi.
Qui è anche uno strumento per custodire un territorio, far conoscere le montagne e mantenere vivo un luogo. Poi c’è il rapporto fisico con l’oggetto: i libri antichi, dei quali mi occupo da sempre, sono oggetti che hanno attraversato il tempo.
E anche questa casa ha attraversato il tempo.
Sì. Venne costruita nel 1933 dal mio bisnonno, quando intorno c’erano ancora i pascoli dell’Alpe Colle. Nel giugno del 1944, durante un rastrellamento nazifascista, gli alpeggi di queste vallate vennero distrutti e anche la casa fu rasa al suolo.
Nel 1951 mio nonno la ricostruì esattamente nello stesso punto. La famiglia è andata avanti e la casa è rimasta. Per questo, quando parlo di territorio e di radici, per me non è qualcosa di astratto.
Allora quella “transumanza dei libri” cominciata nel 2014 assume un altro significato: non hai soltanto portato dei libri in montagna. Li hai riportati dentro una storia familiare.
Sì. In fondo è anche questo: custodire un luogo e continuare a farlo vivere.
LIBRERIA ALPE COLLE — INFORMAZIONI
Dove: Alpe Colle, Strada Luigi Cadorna, Verbania (VB), a 1.238 metri, tra i monti Morissolo e Spalavera.
Telefono: 339 733 3456
Email: info@alpecollelibreria.com
Sito: www.alpecollelibreria.com
Apertura: tutti i weekend, dalle 10 alle 19, da metà aprile a ottobre; a novembre e dicembre soltanto la domenica.