Pure coincidenze, ma affascinanti. Capita che nel gremito centro parrocchiale di un paesino del Piacentino, Roveleto di Cadeo, Stefano Senardi – discografico di razza, uomo di musiche e culture – abbia presentato “Franco Battiato-La voce del padrone”, docufilm scritto e ideato insieme a Marco Spagnoli che è valso alla coppia un premio ai Nastri d’argento 2023. Capita anche che il giorno stesso, su Rai1, il film “Franco Battiato-Il lungo viaggio” domini la prima serata con il 18.8% di share (2.961.000, i telespettatori raggiunti). Capita infine che la notte precedente a questa apparentemente “voglia di Battiato”, Sal Da Vinci trionfi a Sanremo con “Per sempre sì”, canzone più divisiva di un attacco agli Emirati Arabi Uniti. Strani incroci, strane sovrapposizioni. Convergenze anomale che stimolano una domanda: da dove nasce, in un’Italia festivaliera che celebra una canzone dalle ambizioni molto concrete (l’anello, una tangibile fedeltà, la forza dell’amore), questo desiderio di abbracciare il pop obliquo, talvolta ermetico, del maestro siciliano? La risposta, bandita ogni forma di provocazione, è semplice: l’Italia da tempo non è costituita da cittadini che possano, a uno schioccar di dita, “stringersi a coorte”. A chi piace Sal Da Vinci non piace Franco Battiato e viceversa. Tutto qui. Pubblici diversi in un’Italia multimolecolare. Suona però bizzarro il bisogno di Battiato in questo momento della nostra storia. O forse è proprio questo momento della nostra storia che ha spinto un Senardi quasi esterrefatto – nonostante lui ci fosse in quegli anni, nonostante la profonda conoscenza di Battiato e del mercato discografico italiano – a dire che “in Italia, anni fa, un mistico è stato in cima alle classifiche pop”. Quel mistico, nel 1981, se ne uscì con “La voce del padrone”, 7 brani per 27 minuti, un album che è un distillato purissimo. Tante voci nell’intimo docufilm di Senardi: Alice, i musicisti che suonarono in quel disco epocale, Eugenio Finardi, Nanni Moretti, Andrea Scanzi. Ma è Morgan, il solito Morgan, a enunciare la verità più semplice e sbalorditiva: “Battiato, con quell’album, aveva deciso che avrebbe avuto successo. Così fu”.
In quel verbo, decidere, risiede una grandezza artistica che gli esegeti e agiografi del maestro siciliano hanno talvolta equivocato, presi com’erano (e sono) ad abboccare a ogni allusione anche vaga, ogni piccola deviazione, ogni sopracciglio inarcato del loro nume tutelare. Attenzione, perché così non lo rendete simpaticissimo, Battiato. Rischiate di vendercelo come un fuffa-guru ante-litteram, dimensione che non gli apparteneva affatto. Meglio andare al sodo, allora. Alla musica, alle intuizioni, a quel “decise di avere successo a modo suo”, senza quindi rinunciare al suo immaginario, ai suoi riferimenti, ai “furbi contrabbandieri macedoni”, ai “gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming”. Battiato ebbe successo così, facendo canticchiare questi versi a un pubblico che il giorno seguente sarebbe stato pronto per gli “oh oh oh” della Italo-disco. Lui, lo stesso di “Oceano di silenzio”, trascendenza in musica. Battiato, il musicista, il compositore, il cantante, poteva decidere di fare successo o, viceversa, rivolgersi a una striminzita platea di fedeli perché – più Marx che Gurdjeff, in queste circostanze – conosceva perfettamente gli strumenti del mestiere e i binari su cui incardinare un messaggio, una canzone, un’idea, un suono. “È l’unico artista che chiamo per nome”, ha detto Senardi. Un artista “alto” che senti miracolosamente “vicino”, che ti parla. Un artista che ci ha “fatto salire sul suo tappeto magico alla scoperta di mondi lontanissimi, sia spirituali che musicali. È stato il cantautore più originale che abbiamo avuto”. Sia nel docufilm che nelle parole di Senardi a fine proiezione, Battiato è emerso come una figura sopra la Storia, sopra gli anni che stava vivendo. Un atteggiamento equivocabile. Superiorità per alcuni, forse distratti. L’esatto contrario per chi aveva osservato Battiato più attentamente, un uomo che non ha mai osato farsi portavoce di nulla, se non della sua sola esistenza. Trasformando tutto ciò che assorbiva e imparava in qualcosa di personale.
Studiando, ostinatamente. Masticando tanto cinema, prima di firmare la sua prima pellicola. Forzando i confini costantemente sorvegliati dalle truppe armate di varie ortodossie: l’elettronica, la canzone, la musica classica. “Aveva un senso profondo della religione e della vita dopo questo passaggio terreno, ma non ha mai cercato di imporlo”. Ecco un altro verbo folle, se declinato alla Battiato. “Imporre”, ma al negativo. Fa impressione, oggi. Risuona più di ieri, perché oggi più di ieri le voci che strepitano sono migliaia, tutte spinte dalla convinzione di abitare la verità. “Era una persona che ha fatto della disciplina, della ricerca, una ragione di vita. Il suo, però, non era un misticismo smaterializzato. Non immaginate quanta gente ha aiutato durante tutta la sua vita”. No, non riusciamo a immaginarlo. Perché oggi più di ieri siamo figli delle rendicontazioni, delle inaugurazioni sotto i riflettori, delle parole raramente sussurrate, dei post ruffiani in cui lamentiamo che ci è stato torto un capello.
Di nuovo: cosa diavolo ci faceva, sul finire dello scorso secolo, un mistico in cima alle classifiche pop italiane?