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Dalle stalle a Stallone! Vita, morte e miracoli del Rambo di New York

  • di Damiano Panattoni Damiano Panattoni

6 luglio 2021

Dalle stalle a Stallone! Vita, morte e miracoli del Rambo di New York
Figlio di un barbiere italiano e un’astrologa ebrea, nato con mezza faccia paralizzata e rachitico, Sylvester Enzio non sembrava certo predestinato al successo.Nel libro firmato dallo scrittore e giornalista Diego Gabutti la storia di come Stallone sia passato dalle strade di Hell’s Kitchen alle stelle di Hollywood: anche se «a recitare, era un cane».

di Damiano Panattoni Damiano Panattoni

La data da cerchiare in rosso? 6 luglio 2021. Quel giorno Sylvester Enzio Stallone compie – incredibile ma vero – settantacinque anni. E pochi attori come lui sono stati in grado di costruire e poi plasmare l'immaginario dell'(anti)eroe da grande schermo. Eroe temerario e forte, eroe proletario e collettivo, eroe imperfetto e umano. Impossibile non amarlo, impossibile non emozionarsi mentre si riguarda per l'ennesima volta Rocky, quel manifesto popolare che accomuna tutti noi, vincitori e (soprattutto) sconfitti.

Nasce presso un istituto di carità di Hell's Kitchen, un quartiere di Manhattan (New York), il 6 luglio 1946 da Frank Stallone, un barbiere figlio degli immigrati italiani originari di Gioia del Colle (in provincia di Bari) e da Jacqueline Labofish, astrologa statunitense figlia di un ebreo ucraino e di una cattolica francese originaria di Brest. Durante il parto la rescissione del nervo facciale dovuta all'uso del forcipe, gli causò una lieve paresi del lato sinistro del volto e durante l'adolescenza soffrì anche di rachitismo, cosa che gli causò molti problemi fisici. Nonostante ciò, Sly – suo soprannome - alla vigilia dei suoi 75 anni ha saputo diventare una star globale icona di riscatto sociale grazie alla forza di volontà. E ancora oggi non ha di certo smesso di picchiare e di prenderle, e allora anche Milieu Edizioni lo celebra raccontandoci un suo lato inedito nel libro Il Grande Sly, Film e Avventure di Sylvester Stallone, Eroe Proletario vidimato dal giornalista e scrittore Diego Gabutti, che abbiamo intervistato partendo dalla domanda più semplice di tutte. Ma, tra locandine, aneddoti, richiami e cenni storici, il libro di Gabutti, oltre omaggiare Sly ne ripercorrendo le sue tappe principali di vita e di carriera, traccia anche la traiettoria evolutiva del cinema americano. Quel cinema che, proprio come Stallone, ha riscritto la cultura pop, instaurando in noi una certa appartenenza sia narrativa che umana. E allora non è un caso che i film di Sylvester Stallone continuano a rappresentare un tassello fondamentale di quella che è diventata una memoria collettiva da preservare, capire e tramandare.

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Qual è il tuo film preferito di Sly?

Direi il primo Rambo, un grande film sull’America in pieno trauma vietnamita, molto più «vero» e di gran lunga più drammatico dei melò ideologici e psichedelici dell’epoca, Apocalypse Now in primis. Ma ho un debole anche per F.I.S.T. e per Taverna Paradiso. Mentre quest’ultimo è un film picaresco (e molto, molto originale) sugli slum newyorchesi, il primo è uno dei rari film hollywoodiani sui conflitti di lavoro, su gang mafiose e sindacato, e sulla lotta di classe (che naturalmente non è un pranzo di gala). Mi piacciono parecchio anche i suoi film degli ultimi anni, in particolare la serie dei Mercenari, con tutti quei vecchi babbioni superstiti del cinema forzutista all’ultima crociata: praticamente un riassunto generale della storia dell’action movie.

Quale invece quello che oggi andrebbe rivalutato?

Direi senz’altro Taverna Paradiso. Ma anche Il grande match, del 2013, dove Sly recita a fianco di Robert De Niro, come già ai tempi di Cop land, nel 1997, e di nuovo lo surclassa (non sembra vero) anche come attore.

Il primo ricordo che hai di Stallone, quando e perché lo hai scoperto?

Sono in giro, ahimè, da molto tempo, ed è stato nei cinema di prima visione, quando il mondo era giovane, che ho visto uno Stallone ancora imberbe recitare nei panni d’un bieco teppista in Bananas di Woody Allen e in quelli del giovanotto bullizzato da Jack Lemmon nel Prigioniero della seconda strada, una classica commedia di Neil Simon. Particine d’un minuto o due. Sly era divertente, e si notava per questo. Ma naturalmente, quanto a recitare, un cane.

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Rambo

Facciamo un gioco. Sly ha interpretato tanti ruoli cult. Hai mai pensato a qualche ruolo interpretato da altri attori che, invece, sarebbe stato più adatto a lui?

Non adesso, bacucco com’è, ma qualche anno fa (be’, parecchi anni fa) sarebbe stato senz’altro un perfetto Jack Reacher, l’eroe senza fissa dimora dei romanzi di Lee Child, che al cinema è stato interpretato da Tom Cruise, mai così fuori parte, in due film che non avranno un seguito (così leggo, e preghiamo che sia vero): Jack Reacher. Prova decisiva e Jack Reacher. Punto di non ritorno. Nei romanzi di Child, che raccomando caldamente, Reacher è un vagabondo, un hobo, ma soprattutto (come dice Stephen King di Clint Eastwood) è uno «spaccaculi»: un giustiziere laconico, con le mani come badili. Stallone fatto e finito.

Il tuo libro ha Sly come filo rosso, ma è il cinema il vero protagonista. Città, locandine, situazioni, addirittura cartoni animati. Quanta passione c’è dietro ad un lavoro così?

Sì, in effetti, Stallone è un po’ un pretesto. Ma attenzione: i film sono come i libri. Ciascuno procede da altri libri e punta verso altri libri ancora. Difficile prescindere, quando si parla di libri o di film, dalla bibliografia o filmografia che li sostiene (e che a volte li soffoca). Non si può semplicemente evitare, parlando di cinema, di seguire le infinite, labirintiche piste di briciole di pane che – incrociandosi e biforcandosi – attraversano i boschi di Cinelandia.

Il cinema americano ha riscritto l’immaginario collettivo di tutto il mondo. Non credi però che abbia anche creato delle eccessive aspettative puntualmente tradite della nostra realtà?

Be’, vale per tutte le grandi costruzioni culturali, per il mito classico, per le religioni rivelate, per i grandi sistemi filosofici, per le utopie politiche, e non soltanto per il cinema, o per la letteratura. Etica ed estetica: sono fonti perenni di delusione. A tutti piacerebbe vivere a Paperopoli o a Shangri La o in un film Sylvester Stallone. Chi non vorrebbe tirare la Morte Nera giù dal cielo e accettare una fetta di torta di mele da Nonna Papera o, meglio ancora, da Doris Day? Purtroppo, però, gli asini non volano e il mondo, come diceva Borges, è disgraziatamente reale. Non c’è architettura dell’immaginario che non sia un castello in aria.

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