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The Iron Claw non è un film sul wrestling: è femminista come Poor Things, un ritratto di famiglia (rovinata). Ecco perché

  • di Maria Eleonora Mollard Maria Eleonora Mollard

4 febbraio 2024

The Iron Claw non è un film sul wrestling: è femminista come Poor Things, un ritratto di famiglia (rovinata). Ecco perché
“The Iron Claw” con Zac Efron e Jeremy White sembra un film sul wrestling, in realtà è un ritratto di famiglia parecchio “sfigata”, rovinata da un padre ingombrante. Ecco com’è e cosa c’entrano Poor Things e il femminismo

di Maria Eleonora Mollard Maria Eleonora Mollard

Di padri orribili il mondo dello spettacolo e del pop ne è pieno zeppo: da Joe Jackson (Jackson 5) a Murry Wilson (Beach Boys) passando per Joseph P. Kennedy, ma come dimenticare Fritz Von Erich (il bravo Holt McCallan)? Fritz Von Erick al secolo Jack Barton Adkisson, capostipite della famiglia Von Erich, presidente per un periodo della Nwa, importante promoter e proprietario di una federazione di wrestling in Texas, Fritz si è fatto amare come personaggio villain nazista (heel) e con la sua mossa ‘artigli d’acciaio’ (The Iron Claw) che ‘ereditarono’ i figli (nello specifico David). Sei figli che andranno a rafforzare quella maledizione dei Von Erick con cui sono cresciuti: Kevin (Zac Efron), David (Harris Dickinson), Kerry (Jeremy Allen White), Mike (Stanley Simons) e Chris (nel film non pervenuto). Tra il 1984 al 1993 infatti morirono quattro di loro, di cui tre per suicidio. Se inizialmente The Iron Claw (in Italia il titolo originale è preceduto da The Warrior) sembra un film sul wrestling, in realtà è un ritratto di famiglia, di una famiglia rovinata dalla mascolinità tossica di un padre ingombrante, di una madre succube e, in un certo senso, oltre la sfortuna (nel caso di Mike) da una certa dose di profezia che si auto adempie. Come Poor Things è un film femminista si può dire che il suo equivalente maschile è quest’opera di Sean Durkin - conosciuto già per il fiacco The Nest - che nel patriarcato tanto socialmente accettato in quegli anni (la storia si svolge tra la fine dei Settanta e l’inizio dei Novanta) evidenzia tutti i sintomi di una generazione, di uomini messi sotto pressioni ben più grandi di loro. Sono tutti boomer, abituati a una figura paterna dominante e a una madre, alla faccia delle femministe, tutto sommato connivente perché figlia del suo tempo in parte, comodità dall’altra. La vera storia dei Von Erick è ben più tragica del film di Durkin: non vediamo i corrispettivi matrimoni di David e Kerry (David perderà una bambina di poche settimane), e il suicidio di Chris - col suo personaggio - completamente cancellati per non appesantire ulteriormente quella che pare un manuale di letteratura americana. Perché questo è The Iron Claw: pura epica tragica americana di una famiglia che ha tastato, dolorosamente, quanto sia marcio il sogno americano che chiede il sangue dei suoi figli, per cosa? Per il successo fine a se stesso. 

I fratelli Von Erich (Jeremy Allen White, Harris Dickinson e Zac Efron) in una scena del film
I fratelli Von Erich (Jeremy Allen White, Harris Dickinson e Zac Efron) in The Iron Claw

È solo Kevin, un magnifico Zac Efron, che si rende conto di tutto questo e prova a spezzare l’eredità famigliare sia in termine di maledizione che di patriarcato. Non è tanto il lavoro fisico in sette mesi e i 18 kg di massa magra acquistati da Efron, ma lo sguardo dolente, quella schiena che seppur muscolosa appare piegata quando viene ripresa da dietro, quasi a volerci ricordare un Sisifo che lotta col peso del mondo. Non dissimilmente da Montgomery Clift, pure l’ex idolo delle ragazzine, la star di High School Musical, a causa di uno stupido incidente ha dovuto dire addio ai lineamenti delicati, lineamenti che hanno lasciato la metà bassa del viso quasi immobile. Molti hanno pensato a un maldestro trattamento di chirurgia plastica (in questo film sia per la mascella che per il look e la parrucca Zac sembra Lou Ferrigno) o a scarsi doti recitative, ma ciò che ha perso con una mascella completamente deformata lo ha guadagnato, paradossalmente, in termini di recitazione. È da Paper boy - presentato a Cannes nel 2012 - che Efron cerca la quadra e, forse, il personaggio di Kevin è - per il momento - la prova della sua vita, o la pietra angolare su cui costruire un nuovo capitolo professionale. Benché in apparenza vi venga voglia di fare un paragone con Mickey Rourke e The Wrestler, lasciate perdere, The Iron Claw nella seconda parte scivola più sui lidi dolorosi e rarefatti de Le vergini suicide: non ci si domanda più se questi ragazzi porteranno a casa le vittorie mancate dal padre, ci si domanda come il vulnerabile Kevin riuscirà a tenere i pezzi della sua famiglia, che sia di origine o quella nuova che sta formando con Pam (Lily James). ‘Non nascondetevi, non piangete’ intima il capofamiglia ai figli di fronte all’ennesimo lutto. ‘I maschi non piangono’ dice Kevin ai figli, in una scena speculare, che rassicurano il padre che piangere va bene; che provare sentimenti non significa essere deboli e che essere deboli non è una condanna da scontare. Peccato che in questi tempi di anomia completa attecchiscano di più gli insegnamenti di Fritz: va bene diventare mostri pur di non mostrarsi vulnerabili. Che grande film sarebbe potuto essere The Iron Claw se si fosse soffermato di più su alcuni aspetti dei fratelli Erick, se avesse fatto vedere di più sul ring - come accade in una bellissima scena col leggendario Ric Flair - ciò che questi ragazzi sentivano realmente, lontani dal quotidiano dove venivano censurati dal padre; o se avessero fatto cenno al fatto che Fritz, tra i tanti metodi scorretti, usò la morte di Mike per vendere più biglietti e finse pure un attacco cardiaco. Ci sono sette cameo fantastici per gli appassionati: da Maxwell Jacob Friedman (produttore esecutivo con John Cena) a Chavo Guerrero Jr. e Silas Mason. È uno spettacolo meraviglioso in cui il wrestling ci viene mostrato, non semplicemente come uno sport, fatto di atleti (molti sono diventati attori) ma nella sua interezza, nella cura dei costumi, dello storytelling e delle musiche hanno fatto sognare diverse generazioni; il loro immaginario penetra in ogni strato di epidermide dell’americano medio che non ha mai voluto altro che la sospensione d’incredulità, un altro mondo, un alter ego con cui simpatizzare negli spettacoli visibili tramite tv via cavo, per non pensare a quello schifo che è la propria vita.

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