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20 febbraio 2026

Tommaso Cerno ha tutto: la direzione di un giornale, il megafono di Esperia, l’amicizia con “Il Tempo” e un governo dalla sua parte. Davvero la tv pubblica deve regalargli pure 3 mila euro per cinque minuti su Rai 2?

  • di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

20 febbraio 2026

La Rai vorrebbe dare 3mila a puntata a Tommaso Cerno per una striscia quotidiana di cinque minuti. Il programma costerà 11mila euro a puntata, quasi 850mila euro in tutto. Sono tantissimi soldi pubblici. Vi sembra normale? Tommaso Cerno è il direttore de Il Giornale e l’ex direttore de Il Tempo, i quotidiani più vicini al governo Meloni. Sui social è fortissimo e Esperia, la pagina conservatrice più seguita in Italia, è praticamente un’estensione di tutto ciò che siamo abituati a vedere sui quotidiani filogovernativi. E infatti Cerno è stato ospitato e rilanciato varie volte. Davvero serviva spendere così tanto per lui su un canale pubblico? Il punto è questo: il potere moltiplica se stesso e mette radici. Allora, quando vi diranno che “quella destra” è eretica, politicamente scorretta, contro il sistema, fate una cosa: non abboccate…

Foto di: Ansa

Tommaso Cerno ha tutto: la direzione di un giornale, il megafono di Esperia, l’amicizia con “Il Tempo” e un governo dalla sua parte. Davvero la tv pubblica deve regalargli pure 3 mila euro per cinque minuti su Rai 2?

Tommaso Cerno ha tutto. Prima di tutto intelligenza e cultura. Le stesse che gli hanno permesso, mentre tutti navigavano a vista, di costruire una carriera solida e trasversale, prima nel centrosinistra e poi a destra. Negli ultimi hanno ha fatto rinascere Il Tempo, uno dei giornali di Angelucci, senatore leghista, fornendo così alla a Giorgia Meloni un safe space all’interno del quale la stampa, invece di attaccarla, l’avrebbe difesa. Il Tempo, per toni, modi e grafiche, era una sorta de Il Giornale in versione Welcome to favelas. Un quotidiano più accesso, più sfacciato e meno istituzionale. Ora è passato al Giornale, dove ha sì portato un po’ del Tempo, ora affidato a Daniele Capezzone dopo l’esperienza a Libero, ma dove ha tentato la volata appropriandosi del corsivo di Indro Montanelli, ControCorrente, che a differenze delle sparate del nuovo direttore non difetta mai per stile e ironia. 

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Tommaso Cerno Ansa

Cerno ha poi successo sui social, successo che si trasforma in potere (soprattutto per chi si occupa di informazione). Oltre ai suoi canali c’è Esperia, la pagina conservatrice sostanzialmente allineata al governo, a Il Tempo e a Il Giornale. Insomma, Cerno le ha tutte. C’era davvero bisogno di proporgli una striscia quotidiana su Rai 2, dal costo di produzione di 850 mila euro (11 mila euro a puntata), di cinque minuti, pagati al direttore del Giornale 3 mila euro a botta? Il punto non è che sia di destra o di sinistra, perché la sinistra lo fa e lo ha fatto, cos come la destra. Il punto non è neanche se Cerno sia o no bravo. E non si tratta neanche di parlare della quantità di soldi che riceverà (il lavoro non è gratis). In un altro Paese si potrebbe parlare del vero problema, e cioè del fatto che esista una tv pubblica, pagata per forza da tutti quelli che hanno un apparecchio tecnologico sotto forma di tassa, e cioè di pizzo. Questo sarebbe un tema liberale che non ci aspettiamo possa essere discusso sui giornali di destra (che è poi solo la destra sociale). 

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Qui ci limitiamo a notare un altro aspetto, che faremmo tutti bene a ricordare: il potere moltiplica se stesso e mette radici. Cerno, che è già strapotente, arriva anche in Rai, come una vita utile a fissare l’ingranaggio del potere he conserva se stesso. Come si conserva, producendo il proprio equilibrio, attraverso un sistema perverso molto simile al gioco delle tre carte, per cui i soliti noti girano. Ora è il turno della “nuova generazione” (si fa per dire), quella successiva ai Sallusti. Quella dei Capezzone e dei Cerno appunto. E allora, quando vi diranno che sono politicamente scorretti, anti-casta, eretici rispetto al pensiero dominante, interpretate tutto questo dal punto di vista non della solita distinzione tra destra e sinistra, ma di quella, più sottile, che vi dà il liberalismo. Unendo i puntini è facile capire che loro sono solo l’altra faccia della medaglia in equilibrio al vertice della piramide statale. 

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