“Dragon Ball Daima è una merda”. Questa dichiarazione di Kazuhiko Torishima, peraltro già circolata in Giappone qualche mese fa, è stata la frase più chiacchierata del Napoli Comicon. L’appuntamento, pensato per festeggiare i 40 anni dello storico franchise nato dalla penna di Akira Toriyama, aveva proprio nel panel con il suo storico editor uno dei momenti più attesi. E in effetti l’incontro è stato clamoroso: appassionate e appassionati hanno potuto ascoltare un professionista di lunghissima esperienza che, ormai fuori dall’industry (ma ci torneremo), ha la possibilità di raccontare la “vera verità dei fatti” per come sono andati davvero.
Torishima ha subito ribadito un paio di cose sul modus operandi di Akira Toriyama, raccontando come il geniale mangaka fosse anche geniale nell’inventarsi modi per faticare il meno possibile. Ad esempio, la decisione di far crescere Goku durante il 23° Tenkaichi Tournament ha avuto una doppia motivazione. Quella ufficiale: il livello degli scontri era diventato troppo alto per un corpo piccolo e tozzo come quello di Goku bambino. Quella reale: disegnare Goku adulto era molto più semplice e veloce.
Uno dei passaggi più interessanti riguarda invece la nascita della sigla Dragon Ball Z. Le leggende metropolitane non sono mai mancate (c’era persino chi sosteneva che Toriyama avesse sbagliato a scrivere un “2” trasformandolo in una “Z”). Torishima ha chiarito tutto: la “Z” è stata scelta perché Toriyama non aveva alcuna intenzione di continuare oltre. Per lui, l’opera più personale restava Dr. Slump e Arale. Dragon Ball era già, in un certo senso, qualcos’altro.
Eppure, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, il successo cresceva sempre di più. Ma Torishima non era soddisfatto. A suo dire, il combattimento tra Goku bambino e Piccolo Daimao era stato animato in maniera scadente. Se nel manga quel momento è uno dei più iconici dell’intera opera, l’anime non riusciva a restituirne la forza, la velocità, l’impatto. Il problema? Gli animatori — gli stessi di Dr. Slump — non erano in grado di reggere quel livello. La soluzione fu drastica: Torishima licenziò il team e chiese a Toei Animation i migliori animatori disponibili. Arrivarono quelli di Saint Seiya, i Cavalieri dello Zodiaco. E da lì in poi, Dragon Ball cambiò passo.
Per tutta la conferenza, comunque, Torishima ha continuato a sottolineare l’inarrivabile talento di Toriyama, quasi puro, e il fatto che alcune delle decisioni più fondamentali della serie (come la stessa lettera Z) siano nate un po’ per caso e un po’ per fretta. Il fatto che poi abbiano funzionato così bene, l’editor lo attribuisce sia alla bravura della squadra di lavoro sia, senza troppi giri di parole, a delle genuine botte di culo.
Poi c’è l’elefante nella stanza: il giudizio su Daima. Al di là del valore della serie, il commento di Torishima sembra meno una critica tecnica e più qualcosa di personale. Finché era coinvolto direttamente — da Dragon Ball Super a Battle of Gods — tutto funzionava. Poi, per ragioni che non conosciamo, si è fatto da parte. E il giudizio è diventato tranchant. Forse è una lettura maliziosa. Ma è difficile non vedere una connessione.
Al netto di tutto, ascoltare una figura come Torishima aggiunge un tassello fondamentale al mosaico Dragon Ball. Un’opera che, a giudicare dalle generazioni accorse al Comicon, non è solo memoria: è ancora, nel bene e nel male, qualcosa che appartiene al presente.