Ultimamente, nei salotti un po’ buoni, mi è capitato di sentire parlare di Vittorio Sgarbi. Sta male, malissimo, e questo lo sappiamo tutti. Ho sentito Morgan, suo caro amico, ho parlato con sua sorella Elisabetta, per cui nutro una stima immensa, ho provato a scrivere anche a lui che, ovviamente, non ha risposto. In questi salotti buoni, tuttavia, ho colto un atteggiamento che mi ha molto turbato: un ghigno di compiacimento, un sussurro che diventa brusio e poi urlo di condanna. “Se lo merita”, “Era insopportabile”, “Finalmente”. E francamente, non l’ho capito. Ho letto Luigi Manconi su La Repubblica, immenso come sempre anche su Sgarbi. Ho provato a parlarne con gli appartenenti del salotto buono, con questi arbitri autoeletti del gusto e della decenza, ma ancora niente. “Chissenefrega di Sgarbi.” Provando a farli ragionare un po’, questi benpensanti assai ricchi e poco laboriosi, mi sono reso conto che nessuno sapeva bene chi o cosa fosse davvero Sgarbi per la cultura italiana. E ci tengo a dirlo, oltre ogni ragionevole dubbio: io e Sgarbi la pensiamo diversamente quasi su tutto. Solo che lui è un genio che ha influenzato quarant’anni di questo Paese, io no.

Qualche anno fa, per la mia collezione di libri torinese, mi feci regalare da Roberto – un amico spacciatore di libri rari – l’autobiografia di Sgarbi (La mia vita), pubblicata da Vanity Fair quando aveva circa quarant’anni. La foto di copertina, a Sgarbi, l’ha fatta Helmut Newton. Helmut Newton. C’è una precisione iconografica in questo dettaglio, che inquadra l’estetica e la prepotente autocomprensione di un uomo che è stato al centro di una battaglia culturale continua. Sgarbi ha vinto il premio Bancarella nel 1990, con Davanti all’immagine, un piccolo capolavoro. Ha lavorato ed è stato amico di Carmelo Bene, si è inventato YouTube prima di YouTube con "Sgarbi quotidiani".

Ha esondato, certo, si è nutrito dell’eccesso. Ha scritto più di ciò che era necessario? Forse. Ha fatto più cose di quelle che umanamente si possano fare? Possibile. È antipatico e/o volgare? Gusto. Ciò che mi sembra totalmente irragionevole, onestamente, è questo atteggiamento di stizza nei confronti di un grande italiano che soffre, da parte di una specie di circolo che sa sempre qual è la parte giusta del mondo in cui sedersi. Non a caso, molta di questa gente era la stessa che mi aveva criticato per aver scritto un “coccodrillo” su questo stesso giornale per Luca Beatrice. “Ma che ora ti piace pure Sgarbi?” “Che sei fascista?”. Non si capisce cosa c’entri, né perché. Ma intanto ridono, mentre bevono il loro prosecco in un vernissage di una mostra irrilevante, parlando di Sgarbi come fosse l’ennesimo argomento di gossip su cui saperne più degli altri.

Sgarbi ha collezionato processi penali, mi ricordano. Pier Paolo Pasolini – che invece come tutti i morti piace assai, perché ormai innocuo – ne aveva collezionati trentatré, gli ricordo io. Recentemente, mentre scrivevo al direttore di Internazionale di avermi censurato in uno stato di diritto e di difendere contemporaneamente Pasolini, mi ha ricordato che le cause di Pasolini erano per motivi più nobili delle mie. Ricordo, a questo stesso direttore, che Pasolini è stato condannato per aver rapinato una pompa di benzina e per aver molestato dei minorenni dietro a un cespuglio. Nobiltà? Certo, Sgarbi forse si “ruba i quadri”... allora, nessuno pianga, dicono.

Ricorderei, in questa sede, che Sgarbi è anche colui che qualche opera a questo paese l’ha anche data e ridata. È uno che nel 1998 ha rotto l'embargo internazionale alla Libia del dittatore Mu'ammar Gheddafi, violando il blocco aereo e atterrando a Tripoli con due piccoli Piper decollati da Lampedusa. È stato presidente dell’Accademia di Belle Arti di Urbino, ha doppiato i Simpson, ha curato il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia, ha presieduto l’archivio del mio artista preferito (Gino De Dominicis), ha riso e scherzato con Franco Battiato e Manlio Sgalambro. È stato l’unico a dire che il processo contro Ciprì e Maresco era una follia (“Dovrebbero processare i magistrati che li processano”, dichiarò). L’elenco sarebbe lungo e potenzialmente infinito, tanto che a leggere anche solo quella sua biografia da quarantenne sembra di leggere l’enciclopedia di un novantenne.

Eppure, in questi giorni in cui tanto si parla della sua depressione, spiace profondamente vedere tutto quest’odio fine a se stesso per un personaggio che tanto ha dato a questo Paese di moralisti. E no, ragazzi, Sgarbi non è solo quello che ha urlato in tv. L’augurio, fatto da uno che in spirito totalmente illuministico non può che dire “torna, affinché si possa essere in disaccordo”, è quello a Sgarbi di rientrare veloce dove si era fermato. Come d’altronde ha scritto Camillo Langone, Sgarbi è l’ultimo dei dannunziani italiani: in un’epoca dove esistono solo eccessi, tra woke e trumpismi, in mezzo c’è quello spirito ottocentesco di mischiare libertà di pensiero e piacere, cultura e spirito di dissertazione sul nulla, convinzioni morali tra loro contraddittorie, e di contestazione. Perché io, a Sgarbi, l'ho sentito esporsi su tutto senza mai nessuna paura. E di questo coraggio, fidatevi, abbiamo ancora tutti bisogno.
