Viva Nino D’Angelo. E adesso provo a spiegare le mie ragioni, perché lo apprezzo. Era il 1980, vivevo allora a Palermo, città dove sono nato; la Sicilia, va detto in premessa, non ha mai avuto un proprio “canto”, forse per questa ragione ha preso in prestito la canzone napoletana, facendola propria, non c’era “stereo8”, primordi delle musicassette fuori misura, montato, metti, su un’A112 color sabbia, intestata a residente dei quartieri popolari panormiti, che non amasse le voci del Vesuvio; i neomelodici in quei giorni erano però ancora da venire. Credo fosse una mattina di novembre quando Saro Mineo, il fattorino del giornale “L’Ora”, mi chiama, dice che c’era un signore napoletano che desidera incontrarmi, o forse il caposervizio ha deciso di scaricarlo a me, giovane collaboratore delle pagine culturali e degli spettacoli. Su questo resterà il mistero. Così come lo stesso era avvenuto quando mi affibbiarono il “pittore che ballava”, e ancora un signore che sosteneva d’essere un angelo (“Però mia moglie non mi crede…”, così spiegava) e ancora un doppio sosia che si presentava così: “Piacere, Elvis Dean…” Insomma, al napoletano sicuramente fecero il mio nome per toglierselo di torno.
Il napoletano si chiamava Enzo, ora che ci penso parlava con come se avesse una patata calda in bocca, saputo che mi chiamavo Fulvio prese a dirmi ogni cosa come se ci conoscessimo da sempre, con tono affettuoso, mettendomi la mano sulla spalla, sottobraccio aveva un ellepì di Nino D’Angelo, “’Nu jeans e ‘na maglietta”.
Non credo di averlo mai liberato dal cellophane, eppure quel 33 giri per anni è rimasto accanto ai dischi di Miles Davis e di Sonny Rollins, come un oggetto prezioso, reliquia di un mondo; allora amavo soprattutto il jazz. Lo sconosciuto Enzo si presentò dicendo di essere, appunto, il manager, l’impresario di Nino D’Angelo, spiegando che assolutamente avrei dovuto andare quella stessa sera al Cinema “Dante” per assistere a una sceneggiata che vedeva proprio Nino D’Angelo protagonista lì sul palco. Il titolo? “Esposito Teresa”. Non so come, non so perché, ma sebbene controvoglia sono andato. Una folla inarrestabile premeva per entrare, chi non aveva il biglietto alla fine trovò comunque posto gratuitamente, il grande cuore partenopeo in trasferta spalancava porte e portoni. Ricordo che alcuni si erano portati la sedia da casa, e così hanno assistito alla sceneggiata, come se la guardassero dalla loro stessa cucina.
Sono arrivato con lo snobismo di chi in mattinata era andato alla libreria “Nuova presenza” ad acquistare un saggio di Maurice Blanchot. Nel foyer mi accolse proprio lo stesso Enzo, il manager di Nino D’Angelo che mi aveva stregato al mattino. “Vieni, Fulvio, vieni, vieni, seguimi, ti voglio presentare Nino…”. Mi porta subito dietro le quinte, e lì mi appare un ragazzo, un pulcino biondo, capelli a caschetto con indosso un giubbottino composto di quel materiale quasi cartaceo che si usava negli anni ‘80, ricordo ancora i segni dell’acne sulle guance del ragazzo, del pulcino.
Poi l’ho visto entrare in scena… Dimenticavo, non c’erano microfoni, era la voce a reggere tutto, una voce, quella di Nino D’Angelo, che occupava ogni spazio del teatro, come fosse mastice sonoro, melodico. Ricordo anche il nome della sua partner di scena, meglio, di sceneggiata: Fortuna Robustelli, e ricordo pure gli arredi di scena già pronti dietro le quinte, c’era perfino la tomba con su scritto il nome della protagonista della sceneggiata, Esposito Teresa, appunto. Quattro pezzi di legno, un senso di povertà, una scenografia messa insieme con quattro assi da cantiere edile. Non ricordo se ho assistito in piedi o seduto, so però con certezza che da quel giorno non ho mai più dimenticato il volto, il giubbottino di Nino D’Angelo. Quando ha iniziato a cantare, mi è sembrato che si stesse compiendo un miracolo, un miracolo “popolare”, che forse Gramsci nei suoi “Quaderni del carcere” saprebbe spiegare meglio di me a proposito di un canto “scritto non dal popolo per il popolo” o forse direttamente dal popolo per sé stesso.
Chissà dov’è finito, in quale baule, l’articolo che scrissi il giorno dopo. Non ho quindi la possibilità di rileggermi, però quella sera con Nino D’Angelo è accaduto un qualcosa di miracoloso che anni dopo mi sarebbe altrettanto avvenuto con Franco Califano, al di là dell’estraneità, antropologica e culturale, come se qualcosa mi avesse “toccato“, di più, commosso, e ho portato con me quel ricordo… A volte mi capita di rivedere su YouTube il video di Nino D’Angelo, ormai senza più caschetto biondo, che accoglie sul palco a distanza di anni Roberta Olivieri, la coprotagonista dei suoi film di quegli anni, coevi alla sceneggiata, la canzone è “Proviamo ancora”, un po’ me ne vergogno, ma è come un magnete, il tempo è trascorso, nel frattempo Nino Angelo è diventato un uomo, gli è stato riconosciuto il talento, nelle interviste ha sempre modo di citare l’apprezzamento ricevuto da Goffredo Fofi, Nino mostra un livello di coscienza civile raro, e chissà dov’è quel giubbottino cartaceo degli anni ’80, diventano infine inutili le considerazioni sul tempo del caschetto biondo, il riscatto dalla marginalità di un tempo, ciò che è venuto dopo mostra solo il miracolo del talento, innanzitutto umano, forse anche politico.