Il Profeta della Polvere: Taylor Sheridan. C’è un momento preciso in cui il sole, calando sulle praterie del South West smette di essere una luce e diventa un presagio. Per capirlo, bisogna esserci andati o osservare il volto di Taylor Sheridan. La sua mascella squadrata, il cantiere di ossa che incastona quelle fessure chiare di chi è cresciuto bramando il confine.
Sheridan non riscrive il West: lui lo espelle, amplificandolo oltre il mito Hollywoodiano di un paese che ha inventato il cinema per imporre nella sua narrazione fondativa.
Per chi ha masticato il nuovo canone della serialità televisiva Yellowstone non è più parco di Yoghi e Bubu, ma teatro della tragedia archetipica. Sheridan è nato e cresciuto nelle terre della vastità che descrive, tra Texas e Montana, tra i cavalli, il bestiame e il silenzio sferzato dal vento delle Grandi Pianure.
La saga della famiglia Dutton che, dai prequel 1883 e 1923, cerca l’immortalità incentrata sul possesso di quelle terre estese e la spasmodica feroce lotta contro chi le vuole usurpare.
Epica che si discosta dalla visione consolatoria dell’intrattenimento usa e getta. La narrazione di Taylor Sheridan rimane in te anche quando spegni, nella gloria di una profezia retroattiva che insegue i suoi personaggi, anime che osano, che si rifiutano di farsi calpestare dall’etica contemporanea, dalla scorciatoia della convenienza e dalla viltà spacciata per progresso, preferendo il peso di una colpa antica alla leggerezza di una morale senza radici. È il trionfo di una volontà che non conosce l'arresa, dove ogni recinzione difesa è un altare e ogni sparo un rintocco nel silenzio di un mondo che ha smesso di saper ascoltare il battito selvaggio della terra.
I personaggi di Taylor Sheridan hanno quella consistenza rara perché esistono anche a telecamere spente. Non solo perché vengono da un posto reale in cui la natura decide più dell’uomo, ma per una ferita che non si è mai rimarginata: la perdita del ranch di famiglia, venduto quando i genitori si separarono. Quella terra strappata via è diventata l'inchiostro con cui Sheridan ha riscritto la storia americana.
Prima di diventare il re Mida della Paramount, Sheridan era un fantasma nel sistema. Ha vissuto ai margini di Hollywood, ha capito come ci si sente a svendere l’anima per produzioni stereotipate, come l’abominio norrissiano di Walker Texas Ranger. Poi venne la retorica biker-gang di Sons of Anarchy. Sembrava la svolta, il ruolo di David Hale, il poliziotto morale. Invece fu l’umiliazione. Pagato meno degli altri, costretto a un secondo lavoro per sopravvivere. Quando provò a chiedere giustizia, gli risposero che non valeva abbastanza.
È qui che nasce il mito. Nel 2010, un uomo di quarant’anni dorme in un pickup nella periferia di Los Angeles, con ottocento dollari in banca e la certezza disperata di chi ci prova per davvero: o scrive la sua verità o scompare per sempre. Non c’è romanticismo in questa immagine, c’è solo l’abisso palpitante che vediamo negli occhi di Kayce Dutton o di suo padre John, incarnato da un Kevin Costner monumentale, patriarca che sembra uscito da un incubo di Clint Eastwood. Uomini che non chiedono salvezza, su cui aleggia la minaccia della propria rovina, ma che riescono a fare un passo avanti. In quel pickup nacque il film “Sicario”. E il mondo si accorse di lui e del suo talento per storie di frontiera. Sheridan ha ribaltato il salotto buono della TV, raccontando l’antropologia di quella America profonda che spesso non riusciamo a capire e ci fa paura, tra proiettili, sabbia, petrolio, rimpianti e culto della parola data.
Inumatevi alla visione di Yellowstone: scoprirete che non si tratta di una serie, ma di un assedio che solo la grande scrittura può donare allo spettatore. Ascoltate le voci narranti, parole che scandiscono i sogni, la disillusione, la morte e l’amore. Tutto ruota nella difesa disperata di un mondo che sta sparendo, minacciato da aeroporti, località sciistiche, centri commerciali concepiti dal business, da miliardari in cachemire che vogliono deturpare la libertà un acro alla volta.
Echi di Faulkner, in cui la famiglia è il sacro e la maledizione; ci trovi Cormac McCarthy e quella violenza che non puoi giudicare, perché naturale come quei paesaggi senza fine.
Fondamentali nelle sue saghe primordiali le figure femminili. Tutt’altro che stereotipi. La formidabile Beth Dutton, interpretata da una Kelly Reilly, che trasforma ogni scena in un campo minato è la smentita vivente a chi pensa che questo sia un mondo per soli uomini. Sono loro a portare il peso morale dell'impero, a distruggere gli avversari, a tenere fermo il baricentro delle famiglie.
Oggi, Taylor Sheridan possiede il leggendario ranch 6666 in Texas. L'uomo che dormiva nel pickup è diventato re di una delle terre più vaste dello stato. Lui che ha restaurato l'epica della frontiera, quando tutti cercavano di seppellirla sotto tonnellate di ironia e autocommiserazione.
Estasi di piombo e polvere, di montagne che non chiedono il tuo consenso per essere magnifiche. Lasciatevi andare alla sua opera, per riscoprire gli istinti prima dei filtri, la verità oltre l'autotune. Lui ci sbatte in faccia la domanda più importante: cosa saresti disposto a fare per proteggere ciò che ami quando non ci sono più leggi, ma solo la terra sotto i tuoi piedi?
In un mondo che brucia di ipocrisia, in cui la prevaricazione detta l’agenda dell’odierna geopolitica, osservare come si difende un impero è forse l'unico racconto che vale ancora la pena di ascoltare, nella consapevolezza che siamo tutti in cammino verso un confine che speriamo di non dover superare da soli.