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27 maggio 2021

Funivie, seggiovie, treni e strade:
così lo Stato rinuncia
ai controlli sulla sicurezza

  • di Redazione MOW Redazione MOW

27 maggio 2021

Dall’agglomerato di Accredia, in cui sono presenti tutti e dove è difficile capire di chi siano le responsabilità, all’Ustif, il parente povero che doveva essere accorpato con Ansfisa – creata dopo la tragedia del Ponte Morandi – ma che poi rimase a parte per “salvare qualche poltrona”, fino ad arrivare alle scelte politiche di cambiare tre direttori in meno di tre anni, sia da parte dell’ex ministro Paola De Micheli che dell’attuale ministro Enrico Giovannini, senza dimenticare l'organico ridotto (invece di 569 tecnici ne sono assunti solo 42), ecco come alla fine lo Stato ha abdicato sulla sicurezza dei trasporti
Funivie, seggiovie, treni e strade: così lo Stato rinuncia ai controlli sulla sicurezza

Per capire come mai lo Stato da anni abbia abdicato ai controlli sulla sicurezza è necessario puntare l’attenzione su una società che si chiama Accredia. È lei che – secondo quanto riporta una inchiesta del quotidiano Domani - “è collocata al vertice della piramide del nuovo sistema”.

Partecipata da una sessantina di soci, fra i quali i vari ministeri (Trasporti, Sviluppo economico, Difesa, Salute, Transizione ecologica), conta anche Cnr, Enea, Inail, Unioncamere e Ispra fra i promotori, più organizzazioni del lavoro e Cei e Uni come enti di normazione, senza dimenticare i privati. Questo agglomerato di interessi – in cui si può trovare tutto e il contrario di tutto - ha di fatto sostituito lo Stato sui controlli della sicurezza e sulle certificazioni, visto che ha il potere di accreditare i laboratori che svolgono effettivamente le verifiche sul campo.

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Le vittime della tragedia del Mottarone

Un’altra realtà, che però è andata sempre più svuotandosi negli anni, si chiama Ustif. Dipende dalla quarta divisione del ministero guidato da Enrico Giovannini. È lei a essersi occupata dell’ispezione al Mottarone nell’agosto del 2020. Esiste da 35 anni, ma nel tempo ha sempre meno possibilità operative. Dopo i 43 morti causati dal crollo per il Ponte Morandi a Genova, alla fine del 2018 fu istituita Ansfisa, l’agenzia nazionale per la sicurezza dei trasporti, e anche Ustif avrebbe dovuto farne parte, ma poi il progetto cadde nel vuoto. Probabilmente, avanza l’ipotesi il quotidiano Domani “per salvare qualche poltrona” e facendolo così rimanere “il parente povero all’interno di una struttura ministeriale che ha concentrato l’attenzione soprattutto sul trasporto pubblico locale, il Tpl, che in Italia è una realtà economica capillare e un business gigantesco”.

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Il Ponte Morandi

Negli ultimi tempi, il direttore di Ansfisa, Fabio Croccolo, aveva cercato di nuovo di incorporare Ustif, ma poi è arrivato il suo licenziamento da parte del ministero. L’idea era di riunire sempre più tutta una serie di controlli. Visto che Ansfisa dovrebbe occuparsi di metropolitane e anche Ustif si occupa di scale mobili e tapis roulant, avrebbe voluto creare una catena dei controlli di sicurezza unitaria. Ma i controlli capillari sono ostacolati anche da un altro fattore: l’organico ridotto. Sarebbe fissato per legge a 569 unità, fra ingegneri e tecnici, ma al momento sono soltanto 42 che hanno visto passare in due anni e mezzo ben tre direttori diversi.  

E qui entra in gioco ancora la politica. Il direttore precedente di Ansfisa, Alfredo Mortellaro, gettò la spugna dopo che constatò che “il ministero allora diretto da Paola De Micheli (Pd) stavano facendo muro per ritardare l’avvio dell’agenzia”. E anche nell’ultimo avvicendamento, il ministro Enrico Giovannini scelse come direttore un generale dei vigili del fuoco, Domenico De Bartolomeo, che nel suo ambito sarà stato preparatissimo, ma non altrettanto di questioni che riguardano ferrovie e autostrade. Per questo, nell’inchiesta è segnalato che “ci vorranno mesi perché possa impadronirsi di una materia così complessa ed estesa e c’è il rischio che una volta completato il tirocinio debba lasciare a qualcun altro il suo ufficio” visto che è a meno di un anno dalla pensione”.

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