Macerie e resti, ma c’eri e resti. Quando un terremoto stravolge tutto ti attacchi a cazzate così. Frasette che magari stavano bene su una Smemo quando eri ragazzino, ma che poi ti tornano buone da adulto quando, con la pelle appena salvata, vedi la polvere che sale da quello che resta del posto in cui sei nato. E poi, per i dieci anni successivi, vedi invece la polvere, talvolta santa e color porpora, che ci fanno piovere sopra. Insomma, polvere sempre. Prima e dopo. E’ il 24 agosto. E dieci anni fa, a quest’ora, metà di mezza Italia ha cominciato a sparpagliarsi dopo la prima scossa del così detto Sisma 2016. Macerie e resti, insomma. 299 morti così, tanto per cominciare tra Amatrice, Arquata e Accumoli. E poi altre scosse fino al gennaio successivo, fortunatamente senza altra gente a morire, ma con campanili che venivano giù. E vite che cambiavano per sempre.
Scrivere di questi dieci anni quando c’eri sin dal minuto zero è una roba che fa male. Perché rivedi tutto. Il prima che non è stato più. Il dopo che ne è stato inevitabilmente condizionato. E indirizzato. Perché il brutto del terremoto – ma te ne accorgi dopo – è che la catastrofe è tutto quello che viene dopo. Commissari giusto per fargli fare qualcosa. Burocrazia a giustificare tutto quello che non si può fare. Spopolamento. Futuro che finisce per negarsi mentre un Matteo Renzi qualsiasi (ma avrebbe potuto essere chiunque altro) viene a prometterti che rifarà tutto dove era e com’era, dimostrando di non aver capito proprio un cazzo di niente.
Sì, sono dieci anni e fa male. Sì, sono dieci anni e tutti quei morti non se lo meritano un linguaggio così. Però è linguaggio di pancia. Di sangue. Di nervi. E di muscoli che non ce la facevano più e hanno utilizzato le ultime forze per andare altrove. E è vero che dopo i tre simpatici commissari inutili ne sono arrivati due con le palle veramente, Legnini che ha reso la macchina perfetta e Castelli che se ne è trasformato in ottimo pilota, ma una macchina perfetta fatta a sinistra e guidata benone da un commissario destro possono poco davvero quando nel frattempo il mondo è andato avanti di due giri. E quando tra le curve ci si è annidiato pure il malaffare, sovente vestito con gli abiti migliori di chi vuol far credere d’essere un ottimo meccanico. Certi mercanti dal tempio non li cacceremo. Al futuro, invece, bisognerà pensarci lo stesso.
Dieci anni non bastano. Non bastano per asciugare il cemento dei ricordi e meno che mai per fare finta che la terra non tremi più dentro le ossa. Erano le 3.36 del 24 agosto 2016 quando la crepa s'è aperta la prima volta. 299 morti dopo e un centinaio di cittadine in meno, l’Appennino centrale si ritrova a contare i decenni. E nel decennale della prima scossa, mentre la burocrazia romana scodella comunicati stampa infarciti di tabelle, qua sotto si continua a fare i conti con un tradimento antico: quello della propria terra. Sì, un terremoto ti fa sentire tradito dalle tue stesse radici. O è vietato dirlo solo perché è dannatamente umano?
Ci dicono che siamo a metà dell’opera. Il Commissario straordinario Guido Castelli cita il modello Friuli del 1976 — diciannove anni per finire tutto, ci spiegano, su una superficie più piccola — come se 19 anni fossero una medaglia da appuntarsi al petto per giustificare che, nel 2026, si sta ancora al 40% della ricostruzione pubblica nella sola Amatrice (l’epicentro della prima scossa). Ci rassicurano coi numeri: 36.149 domande di contributo per la ricostruzione privata, 17,82 miliardi di euro richiesti, 14.968 cantieri finiti. Ottimi grafici da presentare nelle conferenze stampa al Palazzo Wedekind di Roma. Ma chi vive qui sa bene che i numeri non restituiscono l'anima a un paese che non ha più la sua piazza. Figuriamoci a tanti paesi che non hanno più la loro piazza. E che si ritrovano pure a condividere “il cratere” (parola geografica che fa incazzare) con chi il terremoto manco l’ha sentito, ma vuole comunque spartirsi i ponteggi del “Cantiere più grande d’Europa”.
Sì, il terremoto distrugge tutto, ma genera vocaboli e definizioni. Roba da tecnocrati e politicanti che continua a violentare la dignità della gente. Prima fra tutte quella parola oscena, vuota, ipocrita: resilienza. Un termine imbecille e vuoto che fa semplicemente vomitare e che suona come la più feroce delle prese in giro. I marchigiani e la gente dell'Appennino non sono "resilienti": sono persone che hanno spalato macerie e polvere prima, merda e futuro negato poi, che s'incontrano ancora chiedendosi “dove stai” e mai “come stai”, perché sanno che la risposta farebbe troppo male. Anche se sono passati dieci anni. Persone a cui è stato chiesto di resistere mentre i furbetti s'abbuffavano e le ombre delle infiltrazioni criminali allungavano le mani sui miliardi della ricostruzione. Una ricostruzione che, manco a dirlo, è cominciata dalle chiese.
L’Appennino Centrale resta quella terra di confine e di destino, isola isolata ed eterna Itaca che maledici per poi scoprirla come l'unica cosa per cui valga la pena lottare. L’avevo scritto tempo fa un concetto così, ma mica lo so se ci credo più. Perché in dieci anni fai in tempo a stancarti. Pure Leopardi, che è marchigiano (ma fuori dal “cratere”), vedeva l'Infinito oltre una siepe e poi ci s'è fatto soffocare. Qui si continua a cercare un futuro mentre lo spopolamento si mangia le valli e i ragazzi scappano via, con i vecchi che, ora che le chiese sono gli edifici più avanti nella ricostruzione, almeno possono andare alla messa. Al netto delle proiezioni demografiche del Cresme che scommettono sul 2044. Vantano l'occupazione al 66,1% nel cratere e la riduzione dei NEET. Ma non capiscono che il punto non è solo quante persone abbiano una busta paga nel “cantiere più grande d'Europa”. Il punto è che cosa rimarrà di questa terra quando (e se) le impalcature verranno smontate. Restare — o restanza, per usare la terminologia alla moda delle burocrazie — è un atto di resistenza civile contro l'inadeguatezza e la rapacità di certi forestieri.
Chi scrive si fa schifo da solo, ma ha mollato. Sì, io non ce l’ho fatta a convivere con le ferite aperte, con i comignoli rimasti monchi, con l’arte predata e ammassata in un posto solo, con gli imbellettati che si facevano grandi e gli organizzatori di cenette resi pastori. E nemmeno con la certezza che dopo dieci anni niente tornerà davvero e niente si trasformerà abbastanza. Si ricomincia, certo. Ma senza ringraziare nessuno e, soprattutto, senza farsi raccontare la favola di una rinascita che è un incubo anche adesso che va un po’ meglio. A Camerino, ad esempio, c’è un portone con un fiocco blu. E’ rimasto lì dall’ottobre del 2016, quando il centro storico è diventato zona rossa in una delle scosse successive a quella prima scossa del 24 agosto. Il bimbo annunciato da quel fiocco blu oggi fa la quarta elementare e a spasso per quella che era la sua città non c’è andato mai. Forse, anzi sicuramente, non ci andrà mai.
Oltre la “resilienza de ‘sto cazzo” e i numeri che in questo anniversario della prima scossa snocciolano tutti come fossero un vanto, c’è solo una lezione che solo chi dal terremoto è stato attraversato può comprendere davvero (sentendosi dannatamente solo tra pochi altri soli): per andare avanti serve una casa dove tornare a pranzo dopo le messe della domenica, le comunità energetiche, le inconsistenze vendute per sostanza e tutte le appendici già andate in appendicite. Buon compleanno, Terremoto! Buon compleanno, Terremotati. E che siate maledetti in questi dieci e per i prossimi 100 anni, terremotanti!