Metti una sera di inizio estate a Roma in Piazza di Spagna, ciabattando piano verso la scalinata di Trinità dei Monti. L’afa del giorno molla la sua morsa dai sampietrini arsi esalando i suoi ultimi respiri al cielo, che vira al rosa foncé. Al tramonto l'ultima botticella con il povero cavallo se ne va, pure il castagnaro stacca dal lavoro e con un callo che lèvete si incolla il braciere avviandosi verso Via del Babuino. Ma chi se le mangia le castagne dell’est a giugno? Il venticello che s’infila sotto i vestiti regala quei due minuti di spensieratezza e la Barcaccia, sotto le vetrine di Dior, tracolla placida tra i flutti cristallini della bella Acqua Vergine. Ci vorrebbe un gelatino, devono aver pensato quei turisti che hanno sporto denuncia per aver pagato due coni quasi mezza piotta in pieno centro storico di Roma.
Capirai, l'Italian ice cream è d’obbligo per le migliaia di pellegrini che ogni giorno fanno il giro del criceto tra Piazza Navona, Pantheon, Piazza di Spagna e Città del Vaticano, abboccando a carbonara, cappuccini da passeggio, purgati da orrendi Limoncello Spritz.
I tapini, che non guardano le mappe alla ricerca di un gelato artigianale decente, sono finiti da Don Nino, temibile catena di vettovaglie varie, dal gelato ai dolci siciliani agli Italian typical dishes. Il marchio, della Don Nino Holding S.p.A., guidata dall'imprenditore Giovanni Pagliaro, fa grande sfoggio di garanzia di naturalezza dei prodotti e dell'esperienza del premiato Maestro Pasticcere Francesco Mastroianni, vincitore, pare, a mani basse di una quantità di premi.
Noi di MOW, che pur di disertare gelaterie turistiche ci faremmo inseguire da un caprone in calore in direzione di coni degni di questo nome, ci siamo rimboccati le maniche di cotone e abbiamo raggiunto il salotto più bello di Roma – quello dove con immenso acume ci scaricano di solito gli Hooligans quando arrivano con i pullman in patria italica – per tentare di capire se i turisti, vittime di truffa, siano stati realmente turlupinati da Don Nino o se un po’ la siano cercata.
Il brand dal logo nero e bianco dilaga in tutti i quartieri di Roma e in centro occupa le aree più battute da orde di turisti posseduti. Alle 20:00 la fila scomposta al bancone del gelato fuoriesce dal locale di Piazza di Spagna occupando il marciapiede. A fare i coni, chiacchierando a rotta di collo, una coppia di lavoratori muniti di guanti che afferrano gli scontrini facendoli volare sulle vaschette delle creme. A noi comincia a ballare l’occhio sinistro, lo scontrino resta sul cremolato venti minuti, aldilà del vetro. La siepe di cialde, biscotti e topping da insifonare nei cremosi mantecati campeggia sul bancone, ma dei macarons che avrebbero fatto lievitare il prezzo dei due maxi coni a 44 euro facendo incazzare i turisti, con l’aggiunta di cannolini siciliani, nemmeno l’ombra. I tozzi tubetti di frolla rappresentanti della Trinacria, sguarniti di ricotta e buoni forse per schimicare dopo una session di fumo pakistano effettivamente ci sono, finti come Giuda, come del resto le sinistre fette di torta in vetrina prodotte forse dalla Fisher Price.
Non ne assaggeremmo una nemmeno se calasse Cristo. A noi preme verificare la presenza di un listino prezzi all’interno del negozio che informi l’utenza dei prezzi dei prodotti in vendita, onde evitare di cadere dal pero e sentirsi fregati da Italia no buono paese, che rifila coni gelato carissimi facendoli pagare a effetto surprise. In effetti il listino c’è, insieme alla cassiera napoletana che assiste passiva alla vivace distribuzione di gelati, tra appassionati scambi di vedute dei gelatai e schizzi di saliva presso l’iperaffollato bancone.
E niente, rassegnati: paghiamo 5 euro a cranio per un cono gelato con due gusti. Lo sappiamo prima, almeno. E a noi nessuno ha proposto bétises da piazzarci su. Al posto del cocco agognato ci ammollano il mango ma a noi mango ce passa per la testa di sorbettarcelo abbozzando. Così riparte la danza della paletta e temerari proviamo un gusto fragola post nucleare e un anemico melone. Talvolta ci chiediamo letteralmente “ma chi c*** ce lo fa fa a fa ste cose”, ma siamo pronti a giurare che lo scoramento dura poco. Se questo è Italian ice cream noi siamo svizzeri, per noi è un convinto, sonoro, prepotente assertivo no e ci viene in soccorso Cestò, uno dei nuovi secchi di ghisa del Comune di Roma per liberarci della crema fredda appiccicosa, con tanto di slogan orgoglione del Sindaco Roberto Gualtieri: “io? Cestò!” del primo cittadino in posa accanto al cestino dell’AMA Roma.
Noi da Don Nino ci siamo stati e a parte buttarlo, il gelato, non abbiamo fatto altro. Prima di chiedere il cono al bancone è obbligatorio pagarlo in cassa ed i prezzi sono esposti sul listino prezzi. Un cono maxi come quello consumato dai turisti costa 12 euro – i turisti ne hanno presi due –. Non paghi, hanno voluto un gelato con macarons da 6 euro, ai quali si aggiungono i 2 euro di panna per due e i cannoli siciliani a 5 euro l’uno. Capiamo l’euforia di trovarsi a Roma e la tendenza degli esercenti ad approfittarsi dei turisti, ma abbiamo un consiglio da elargire ai visitatori: il gelato artigianale italiano da noi è una cosa seria, mangiatelo buono. E mettetevi gli occhiali. È inutile che vi lamentate se il gelato costa troppo, potevate pensarci prima.
Tornando indietro, una pantera del corpo di Polizia Locale di Roma Capitale taglia con sicumera la Piazza di Spagna, scendono due agenti con il passo di Massimo Decimo Meridio e il piglio di chi mormora “annamise a riccoje sta frittata”, rivolgendo una fischiata al bivacco sulla Scalinata di Trinità dei Monti: “su, arzateve. Sto regolamento demmerda, porco…” cinguetta il rappresentante delle forze dell’ordine, mentre la fiumana di turisti, backpacker, pellegrini e avventori lèva le terga dal marmo di casa nostra lamentandosi. “Bisogna fare come diceva Marshall McLuhan”, proferisce l’agente, “tocca staccà la spina”. Andiamo a casa, va.