“La luce di Aurora” ha colpito il cuore. Parole, lacrime. C’è stata persino qualche risata, ogni tanto, perché Aurora era davvero brillante, luminosa. Ad Agazzano, nel Piacentino, nell’intimità quasi sacra di una splendida rocca, per volere di Morena Corbellini, madre di Aurora Tila, è nata l’associazione “La luce di Aurora”. Aveva 13 anni, la bambina, quando è stata gettata dal settimo piano di un palazzo da un aguzzino altrettanto giovane, un ragazzo di allora 15 anni condannato in primo grado a 17 anni di reclusione. L’altra mattina, ad Agazzano, c’erano anche il vescovo di Piacenza, sua eccellenza Adriano Cevolotto, e Saverio Montingelli, giornalista Rai di lungo corso. Nel pubblico, padri, madri, parenti. Tanti ragazzi; amici e amiche di Aurora. Serpeggiante, una diffusa e tenera commozione. Al centro, un record a cui Morena Corbellini avrebbe fatto senz’altro a meno: “Aurora è stata la vittima di femminicidio più giovane in Europa. Con l’associazione voglio parlare nelle scuole, incontrare la politica, portare la storia di mia figlia in giro per l’Europa, creare punti d’ascolto per giovani e adulti. E certo, vorrei anche pene più severe. L’assassino di mia figlia era un minore, ma è stato protagonista di un atto adulto. Molto consapevole. Aurora gli ha chiesto di risparmiarla più e più volte, ma lui, oltremodo determinato, l’ha colpita con furia e insistenza. Sulle mani, sulle nocche. Finché lei non ha mollato la ringhiera ed è caduta nel vuoto. Ecco, questa tremenda determinazione è qualcosa di assolutamente adulto".
Morena non nega un sorriso e un abbraccio a nessuno, è emozionata ma serena. Noi l’abbiamo intervistata.
Torniamo in via IV Novembre, a Piacenza, in quel maledetto 25 ottobre 2024.
Ricordo quell’ultimo “ciao mamma” prima che lei uscisse. E i “ti voglio bene” che ci siamo scambiati nonostante fossimo entrambe certe che ci saremmo riviste a pranzo. Poi ricordo i carabinieri sotto casa. Tanti, troppi perché fosse successo qualcosa di ordinario. Era successo qualcosa di orribile, e infatti… La prima cosa che ho detto è stata: “Me l’ha ammazzata lui”. Nelle mani di Aurora c’erano ancora gli occhiali del ragazzo.
Per quanto velleitaria, le pongo questa domanda: Aurora poteva essere salvata?
Certo. Diversi vicini l’hanno sentita urlare aiuto. Uno di loro, dopo, affermerà che pensava fossero i ladri. Ma quale ladro, di grazia, ha mai chiesto aiuto? Perché non chiamare le forze dell’ordine? Sono domande che mi tormentano ancora. Dopo ho anche parlato con i vicini, ma ogni risposta non mi ha convinto. Temo che fra la gente ci sia una grande paura. Una paura eccessiva. Che poi diventa omertà. Aurora poteva essere salvata perché è rimasta nelle grinfie di quel ragazzo quasi un’ora e mezza. Credo che quella mattina potesse essere salvata. Ma anche prima.
In che senso prima?
Beh, ritengo incredibile che un ragazzo con tali precedenti, conosciutissimo nel paesino dove abitava, potesse girare liberamente per strada. Tanti sapevano chi fosse, ma quel ragazzo è stato salvato da quelle famose “parole buone” che qualcuno ha speso, evidentemente a cuore troppo leggero, per evitargli guai peggiori di quelli che aveva già avuto. Il problema è che Aurora ha pagato per tutta questa irragionevole bontà. O superficialità.
Subito dopo quella tragedia si è parlato parecchio, anche a livello nazionale, di Aurora. In quei giorni concitati i media hanno riportato qualcosa che l’ha infastidita?
Alcune inesattezze, senza dubbio. Ma soprattutto l’idea che, siccome Aurora era seguita dai servizi sociali, fosse una ragazzina problematica. Mia figlia era come la descrivono gli amici. Un raggio di sole costante. Certo, viveva con me e la sorella perché sono separata e i rapporti fra me e il padre, al quale è stata tolta la patria potestà, erano e restano quantomeno difficili. Aurora aveva sviluppato dei problemi alimentari, ma si trattava di cose di cui ci stavamo prendendo cura e che, guarda caso, si acutizzavano proprio quando lui diventava ossessivo o minaccioso. Concentrarsi sulla nostra situazione famigliare quando si stava parlando di una ragazzina di 13 anni che si è letteralmente sbriciolata all’impatto con l’asfalto mi ha fatto molto male.
Si è sentita più accolta o abbandonata dopo la morte di Aurora?
Dopo il comprensibile assalto dei media – e tengo a dire che alcuni giornalisti si sono rivelati splendidi con me – mi sarei attesa un abbraccio più forte da parte della mia città, Piacenza. Il giorno del funerale piazza Duomo era gremita, ma poi ho dovuto contare solo sulle mie amicizie e conoscenze. Sulla commozione reale di chi ci conosceva come famiglia o conosceva Aurora. E sul grande cuore di don Paolo Capra, che amo definire, anche se a lui non piace tanto, “la mia guida spirituale”. Dal nostro Comune, per dirlo chiaramente, ho percepito un assordante silenzio. Mi spiace, non credo che una tragedia simile debba diventare un fatto politico.
Pensare che poi sono andata a Roma e per strada mi facevano le condoglianze persone mai viste prima. Diciamo che per me è stato più facile contattare il governo che essere presa per mano dalle istituzioni locali.
A Roma l’hanno ascoltata?
Sì. Si sono resi conti che la morte di una tredicenne per mano di un quindicenne non è un fatto normale. La premier, Giorgia Meloni, ha risposto a una mia email e ha chiamato il mio avvocato. È stata squisita. Ora vorrei farle avere notizia di questa neonata associazione, in modo da portare la questione all’attenzione del governo. Quella attenzione che, ad esempio, non hanno avuto i servizi sociali.
Le sue grida sono state ignorate?
No, non ignorate. Minimizzate. Lei è troppo ansiosa, signora Corbellini, mi dicevano. Queste sono cose che possono capitare fra ragazzini. Sa, questi sono i primi amori, mi dicevano. Giudicate voi, oggi, se fossi ansiosa. Nei giorni appena precedenti alla tragedia, lui inviava messaggi di questo tenore a mia figlia: “Comunque non ti amo, mi fai ca*are al ca**o e il mio piano di vendetta inizia da ora, mercoledì 9 ottobre alle ore 2.50”. Non è stata accolta la premeditazione, eppure questi, visto cos’è accaduto in seguito, mi sembrano i messaggi di una persona molto lucida. Io capisco che l’ansia possa trarre in inganno, però sarebbe bastato informarsi su chi fosse questo individuo per capire che forse quell’ansia era giustificata.
Lei quanto sapeva delle difficoltà di Aurora con questo ragazzino?
Meno di quello che avrei voluto sapere. Aurora era una ragazza chiusa. Ed era vincolata a un’idea ingenua: non denunciarlo perché, secondo lei, la vita era già stata abbastanza severa con lui. Aurora era molto buona. Troppo.
Si arriva finalmente al processo. E lì, se possibile, arriva un’altra beffa.
In aula mi trovavo a pochi metri da quel ragazzino. Durante tutto il dibattimento è apparso quasi scocciato, infastidito. La madre, a un certo punto, quando il pubblico ministero ha smesso di parlare, ha detto: “Sì, ma adesso basta”. Come dire, abbiamo capito, non tiriamo questa cosa per le lunghe. Le facevamo perdere tempo, insomma.
MOW, all’epoca, aveva interpellato la psicologa clinica e criminologa Flaminia Bolzan. Le chiedemmo perché, rispetto al caso Cecchettin, la morte di Aurora non avesse stimolato un dibattito trasversale così acceso. Bolzan rispose che quando l’orrore è grande, tanto da renderci increduli, ci si protegge perché altrimenti si rischia di essere travolti da uno tsunami emotivo. Qual è la sua idea?
C’è stata meno eco del dovuto perché proprio là, nella città dove Aurora è morta, ce la si è cavata con una panchina rossa (senza nemmeno sopra il nome di mia figlia) collocata nei giardinetti vicino al liceo che frequentava. Troppo poco. Perché quel giorno non si è solo spenta una giovane vita. Diversi suoi amici e amiche hanno avuto bisogno di un sostegno psicologico, era troppo grande ciò a cui avevano indirettamente assistito. Troppo duro da digerire, un evento del genere, in età così tenera.
Dopo Aurora, ci sono stati altri due avvenimenti che hanno coinvolto ragazzi giovanissimi e hanno sconvolto l’opinione pubblica: lo scorso gennaio, a La Spezia, Youssef “Aba” Abanoub, 18 anni, muore dopo essere stato accoltellato a scuola da Zouhair Atif, un ragazzo di 19 anni. Recentissimo, invece, l’accoltellamento di una professoressa, nella Bergamasca, per mano di un alunno tredicenne. Enrico Galliano, professore e influencer, ha pubblicato un accorato video in cui afferma che, davanti al dilagante disagio giovanile, “ci stanno lasciando soli”. Critica l’idea secondo cui un metal detector potrebbe essere la panacea a tutti i mali. E si scaglia contro un diffuso, e anche istituzionale, menefreghismo. Si dice di “tenere” ai giovani, si ripete retoricamente che sono “il nostro futuro”, ma poi… Cosa ne pensa?
Penso che abbia ragione. E penso che “La luce di Aurora” nasca proprio dove prolifera quella indifferenza. Vorremo parlare a persone solitamente dimenticate, lasciate indietro. Vorremmo andare nei ghetti, perché anche nel Belpaese ci sono i ghetti. Parlare ai già convertiti può aumentare la fiducia in sé stessi, la convinzione di essere nel giusto, ma sfiora appena il nocciolo del problema. C’è bisogno di enorme ascolto. Questi ragazzi, al di là di ogni aiuto tecnologico, devono tornare ad ascoltarsi, a parlarsi. Devono confrontarsi con l’affettività. Quella vera, non quella degli emoji.
Può essere più difficile, oggi, comunicare e parlarsi in un mondo multietnico e multiculturale?
Sì, può essere, ma il nemico comune, che non conosce né etnia né colore della pelle è l’estremismo. E io di estremismi di vario genere, giunta a 52 anni, ne ho conosciuti diversi. Aurora avrebbe voluto fare la psicologa perché le piaceva provare a capire gli altri. E già intuiva che certi comportamenti, certi estremismi, non erano né sani né normali.
Un’ultima considerazione, Morena. Lei ha menzionato addirittura l’Europa, l’idea di rivolgersi a Bruxelles. Un obiettivo molto ambizioso.
Ambizioso, ma non illusorio. Ne hanno parlato anche in Francia di Aurora. Un ragazzo, su YouTube, ha pubblicato un video molto accorato. Da noi, invece, la fiaccolata in suo onore non è stata molto attrattiva. Sa, non c’erano le telecamere accese, perché andarci? Adesso tornerò a Roma per parlare alla politica. Ma non come Morena Corbellini, bensì come presidente di un’associazione. Sono certa che mi ascolteranno e che anche i media torneranno ad ascoltarmi. Perché “giustizia” non è solo scrivere di Garlasco ogni cinque minuti. Giustizia significa anche fare luce su casi che possono essere importanti per capire, come ha detto il vescovo, chi siamo. Per cogliere e interpretare i disagi di questa generazione. Non ci dev’essere un’altra Aurora. Nessun minore dev’essere lasciato senza difesa.