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La responsabilità sociale di Valentino Rossi

Emanuele Pieroni

9 settembre 2020

Smette, non smette, non è quello il punto. Il punto, piuttosto, è che Valentino Rossi è, oltre a tutto il resto, una unità di misura: l’unità di misura della nostra vecchiaia.  Se Valentino Rossi smette significa che la mia generazione ha oltrepassato la parte di vita in cui si possono fare le cose migliori

di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

Pensiero della notte, di quelli che interrompono il sonno: ma non sarà che questo smette davvero? “Questo” è Valentino Rossi e la notizia (in verità una opinione) - diffusa dal sito tedesco dedicato al motorsport, Speedweek - è che avrebbe deciso di appendere il casco al chiodo. Lasciando il suo posto in Yamaha Petronas SRT ad Andrea Dovizioso. Una suggestione, l’hanno definita alcuni, una provocazione, l’hanno nominata altri, una fake news l’hanno bollata i più. Compresi i più autorevoli. Probabilmente non è stato tutto questo, ma un semplice articolo di opinione dove si azzardava una ipotesi, mettendo insieme una serie di indizi più o meno forzatamente. Valentino smetterà? No. Noi stessi abbiamo detto subito di no, scrivendo che l’uscita di Speedweek è stata una sparata, di quelle che ci stanno quando le moto sono ferme da quasi tre settimane.

Ma allora perché svegliarsi nel cuore della notte, col peso sullo stomaco di una prospettiva che fino a prova contraria non esiste? Smette, non smette, non è quello il punto. Il punto, piuttosto, è che Valentino Rossi è, oltre a tutto il resto, una unità di misura: l’unità di misura della nostra vecchiaia (e per nostra intendo la generazione di quelli nati a cavallo tra i ’70 e gli ’80). Ecco, quindi, che quel peso sullo stomaco è stato figlio, in realtà, di una presa di coscienza egoistica: se Vale smette, io sono vecchio. Se Valentino Rossi appende il casco al chiodo, io e tutti quelli che come me siamo più o meno suoi coetanei, abbiamo oltrepassato la parte di vita in cui si possono fare le cose migliori, raggiungere i traguardi più alti. Competere. Meritare. Trasformare. Siamo, in estrema sintesi, nella seconda metà: quella in cui i ricordi diventano molti di più della memoria in cui incamerarli (che, invece, diventa sempre di meno). E allora prende senso anche tutta la morbosità di tanti appassionati di motorsport, tifosi e detrattori di Rossi, circa la scelta di un uomo di sport che si trova a decidere di anno in anno se esserci ancora o meno.

E’ quasi una responsabilità sociale: la responsabilità sociale di Valentino Rossi. Anche quando due moto gli sono passate a pochi centimetri il pensiero è stato: “ecco, adesso s’è preso paura e smette”. Come se l’unica cosa che conta fosse di vederlo ancora, anche solo per potergli dare addosso, non necessariamente per sostenerlo. Perché, volenti o nolenti, Valentino Rossi è stato una costante. Più della squadra di calcio, che cambia nei visi, nei nomi e ultimamente persino nei colori delle maglie, più delle fidanzate che nel frattempo sono diventate mogli e pure ex mogli, più di quei figli che tenevamo in braccio e che, ora, tornano a notte fonda salutando a mezza bocca. A proposito: Valentino Rossi è stato, e chi è genitore non farà fatica ad ammetterlo, persino un punto di contatto con i figli, magari nel tempo dei fisiologici scontri adolescenziali, in cui papà o mamma sono “nemici” (non da combattere, ma da controbattere). Ecco, quell’ostilità, per molti ha vissuto tregue nelle domeniche di Valentino Rossi in pista.  Lì si è d’accordo, in un tutti in piedi sul divano (per sostenerlo o per gufargli), come dice Guido Meda, che evoca quel tuti insieme sul divano che non c’è più, ognuno preso dalle sue vite dentro una vita sola. C’è solo una cosa che mio figlio adolescente fa esattamente come facevo io da adolescente: guardare le corse. E cosa c’è di uguale in quelle corse? Niente, perchè il motorsport è cambiato tanto, tranne in unelemento: Valentino Rossi. Il 46 è stato, in qualche modo, una costante delle nostre emozioni.  Che sia felicità, rabbia, fede cieca o altrettanto cieca ostilità, verso un ragazzino che è diventato grande e che, ora, si prepara a cominciare ad essere vecchio. Solo che magari lui è pronto, noi no. Ed è per questo che stiamo lì a chiederci ogni giorno: smette? Non smette? Continua? Quasi che il suo sacrosanto diritto di smettere o continuare dovrebbe, in qualche modo, finire fagocitato da una sorta di dovere di condivisione con tutti. Tutti: sia chi lo ha sempre tifato, sia chi non ha mai fatto il tifo per lui e, ancora di più, quelli che lo hanno sostenuto solo finchè ha vinto.

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Allenamento al @circuitodipomposa con la @vr46ridersacademyofficial 📸 @camilss

Un post condiviso da Valentino Rossi (@valeyellow46) in data: 7 Set 2020 alle ore 7:00 PDT

Vederlo in pista anche l’anno prossimo significherebbe rimandare di almeno un anno non tanto qualcosa di relativo alla passione per il motorsport o al tifo/non tifo, ma a noi stessi, al nostro quotidiano che passa, alle cose fatte e a quelle ancora da fare: la consapevolezza che il tempo che ci è stato concesso sarà via via meno di quello di cui abbiamo beneficiato. E’ questa la responsabilità sociale di Valentino Rossi, quel qualcosa di cui, anche se giustamente non gliene fregherà niente, dovrebbe tener conto quando sceglierà davvero di dire basta. Magari se la sente pure questa responsabilità sociale. E non dev’essere bello neanche un po’. Ci pensavo qualche giorno fa, intervistando Marco Melandri: un altro di quella stessa generazione, uno che a dire basta c’era riuscito, ma poi ci ha ripensato e, ora, sta valutando se ripensarci ancora e chiudere definitivamente il conto con le corse. Non ci ho pensato e basta, in verità gliel’ho pure detto: “Oh, ma se sostieni di essere ormai vecchio, mi stai dando del vecchio, visto che siamo praticamente coetanei”. E’ stato garbato, l’ha capita, e s’è corretto: “sono vecchio per le corse, mica per tutto”.

Una chiave interessante, quella fornita da Melandri, forse una paraculata. Ma chi lo dice che le paraculate non possano essere anche chiavi interessanti? In Forrest Gump (un altro dei simboli della generazione nata tra i ’70 e gli ’80) c’è un mantra ripetuto continuamente: “stupido è chi lo stupido fa”. Vale quasi per tutto, in parte anche per il tempo che passa: “vecchio è chi il vecchio fa”, anche se l’orologio scorre sempre lo stesso. Ha provato a dirlo anche Valentino Rossi, qualche giorno fa, quando confermando che non avrebbe smesso e ci avrebbe provato per un anno ancora, ha dichiarato: “Quando smetterò farò comunque qualcosa di pericoloso”. Insomma, il bisogno di adrenalina non finirà appeso al chiodo insieme al casco e probabilmente è ora di farla finita di stare ogni sacrosanto giorno a chiedersi morbosamente che cosa farà, a interpretare le indiscrezioni di mercato, a tradurre persino le opinioni in tedesco. Se e quando smetterà sarà lui a dircelo, al di là del nostro egoismo, al di là dei simbolismi che leghiamo alla sua scelta. C’è una foto che proprio Valentino Rossi ha recentemente pubblicato sul suo profilo Instagram, mentre si allena al piccolo circuito di Pomposa insieme agli altri ragazzi dell’Academy. C’è lui in sella ad una Yamaha che si prepara ad attraversare un traguardo stando giù in carena, al tramonto. Ma il tramonto, in quella foto, non è di spalle. Non è “verso il tramonto”, ma a fianco al tramonto. Ecco, forse basterebbe imparare a sorpassarli i tramonti, o a limite a corrergli a fianco, perché magari è il modo per apprezzarli e goderne. Per stare meglio, in definitiva.

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