Andare a pranzo fuori ed essere serviti da Chef Cracco non è una cosa da comuni mortali. Ebbene di certo siamo divine creature, visto che a noi di MOW succede, o almeno fatecelo credere. Roma ha accolto con il suo travertino più lucido delle recenti piogge e con il suo sole migliore degli ultimi giorni l'apertura del magnifico Hotel Corinthia, del gruppo maltese guidato da Alfred Pisani e con lui il ristorante di Carlo Cracco. Nello storico palazzo della Banca d'Italia, dirimpetto al Parlamento, adesso è possibile godere di qualcosa di bello e buono, oltre che rivolgere rammaricate occhiatacce al palazzo di fronte. Lo abbiamo atteso così tanto nel quartiere Campo Marzio, questo hotel strepitoso, che quando lo hanno scartato come un panettone siamo andati in pellegrinaggio a sficcanasarne i dettagli. Le cucine che occhieggiano dalle finestre al piano terra, gli chef con la toque blanche che stendono la pasta per farne minuscoli canapés, il concierge con il cappello a tesa larga in fosca livrea all’ingresso, la bandiera possente con il brand Corinthia che sventola come a dire ‘ehi Roma, sono qui perché tu lo meriti!’. Ma soprattutto la scena capitolina merita l’arrivo di uno dei cuochi più celebri e severi dello star system dello Stivale, quello che è stato allievo di Alain Ducaisse e Gualtiero Marchesi, il divo da sette stelle Michelin della tv, Carlo Cracco, appunto. Con tre ristoranti, la Piazzetta nel cortile interno per pranzi di stampo romano, Viride che celebra la cucina italiana griffata e Ocra, il bar, il Corinthia inaugura anche nella patria del ‘ma che ce frega ma che c’emporta’ l’èra Cracchiana. In una domenica di marzo siamo andati per fare colazione e abbiamo finito per sforchettare una carbonara d'autore servita da un sorridente carlo Cracco che ci stringe la mano rilassato, Roma lo ha accolto scialla, morbida, accompagnandolo nel mood privo di quella severità meneghina che pretende la perfezione che manca qui. Sui cuscini dei divanetti attorno alla fontana dove il personale sorride di anestetici sorrisi in una nuova ossessione chiamata Cracco – cit. noi ci accomodiamo, nel cortile splendidamente recuperato al centro del palazzo dell’Architetto Piacentini ora baciato dal sole eterno de Roma, nonostante le solite bibliche tempistiche burocratiche in fatto di permessi. “Chi vincerà tra Roma e Chef Cracco? – esordiamo a gamba tesa immediatamente – Roma la corromperà, Chef? Matricianizzerà ogni cosa come al solito o lei la salverà?” “Io sono ottimista; Roma la fa grande chi lavora, è così dappertutto. Ho accettato questa sfida perché mi piace cambiare: facevo televisione e ora cambio, l’importante è fare il proprio e farlo bene. Roma è dieci anni dietro Milano che ha fatto da apripista e ora le altre città le vanno dietro. Ora tocca a Roma”.
Intanto nessuno ci ha chiesto “sapete come funziona qui?” Ed è già la vita per noi, sul menù non è riportato ‘Il nostro pane’ e il ricordo delle sciagurate tavolette di ardesia è lontano. Alcun Mare del Cantabrico è stato scomodato per le sue accidenti di alici e Bronte è un ridente comune italiano situato alle pendici dell’Etna non degno di nota unicamente per i suoi cavolo di pistacchi. Addirittura una quantità imprecisata di fosse sono rimaste deserte dagli invadenti pecorini e non siamo molestati dagli ineluttabili pomodorini del Piennolo. Le piace ancora cucinare Chef? – incalziamo- “Sempre! È il mio lavoro, la mia passione. Mi hanno portato a mangiare al Biondo Tevere, sulla Via Ostiense” – una goccia di sudore ci riporta alla pasta con le vongole stantia che ci sorbimmo per MOW in onore a Pasolini, che mangiò proprio lì la sua ultima cena – “La pizza e il supplì li ho graditi”. Insomma Chef, lei non è antipatico come dicono; “Sono antipatico quando mi rompono i coglioni”. Come biasimarlo. La proposta di Chef Cracco apposta per noi è l’ovetto con gli asparagi bianchi; ci affidiamo a lei, santità, annunciamo con gli occhi rivoltati all'indietro in segno di sottomessa bona fides. Il tempo di una scarpetta nell'olio italiano spremuto a freddo ed ecco che Cracco ci apparecchia con due piattini di teneri e delicati turioni coltivati in assenza di luce solare con un uovo in camicia. ‘C'è un po' di vaniglia’, ci svela accarezzandoci le tube uditive. Gli asparagi cotti al vapore caldi si inondano di tuorlo fondendosi con il classico burro in un classico contesto cremoso. E mo chi glielo dice che l’uovo poco cotto non ci gusta? Ci perdoni Chef, non sappiamo se venir meno per il fatto di essere stati serviti da lei o perché l'uovo con l'albume bavoso, a noi indegni induce il conato più vero. Abbiamo messo poi alla prova lo chef più temuto d'Italia con il grande classico romanesco, sua maestà la solita carbonara: il rigatone ruzzolato nella sua crema dorata intensa, forse troppo al dente, il guanciale in due consistenze, croccante e morbido, il parmigiano pregiato in scaglie per non cadere nella burinata della canonica ‘pioggia’, buona, per carità. Nulla che giustifichi la signature, però. Al ristorante che piace a Totti la mangiamo dignitosa smarrendo però la dignità nella "cofana" di ceramica. Con gli spaghetti alle vongole e broccolo romanesco ci perdiamo invece in una immersione nel Mediterraneo: i sapori sono in purezza, sembra di mangiare il mare, esaltato dalle cime dell’ortaggio dalle perfette verdi geometrie. Ci scoliamo ben tre cocktails da quasi trenta euro l'uno, un gin lemon ma con la limonata San Pellegrino ‘perché ancora non abbiamo la Schweppes lemon’ - mai più Signori...- un Tiki Martini cocco e ananas splendido e una creazione a base di pomodorini tequila e fumo, strabiliante. Chiudiamo con un altro caposaldo italico, il tiramisù, che qui di sicuro non è presentato nel barattolo della conserva, con la crema che si infila nella filettatura sporcando il coperchio con la guarnizione di gomma, e quando ci ricapita. Arriva in una cristallina coupette, la crema spolverata di fresco del cacao che regala il colpo d’occhio di una istantanea di resa grazie a Dio, l'affondo è come infilare la mano nella sabbia vellutata di un atollo tropicale, la stessa emozione paradisiaca, il savoiardo poroso incontra la crema ahinoi poco dolce con scarso sentore di caffè a contrasto, e poi l’amara sorpresa dei pezzetti di cioccolato che violano l’incanto, insultano la texture setosa. Noi a questo tiramisù diamo un 6 per il mite carattere.
“Non so se posso dirlo ma nella sala accanto c’è Achille Lauro che fa un eventino”, ci spiffera il ragazzo, non diremo nulla, stai tranquillo, manco fosse Putin, per quanto avremmo voluto esibirci in una sgangherata performance de ‘Il sedici marzo’, lo rassicuriamo sganciando duecento carte, il bello è che nonostante ogni cosa, l’uovo alla bava, la carbonara non rispettosa della sua perfetta alchimia, il tiramisù che non ci tira su, noi qui ci torneremo e diamo dieci a questa colazione cracchiana. Il motivo? È triste dirlo ma non ci par vero di mangiare in un posto bello, dove si cucina sul serio, le attenzioni dispensate sono quelle che dovrebbero essere la normalità a Roma e non dobbiamo temere cucine da incubo, as usual. E niente Signori; ebbri di questa experience di vita ci alziamo tentando di non incespicare nella fontana davanti a tutti, la pioggia marzolina punteggia i preziosi cuscini écru delle sedute e le Hermès delle ospiti presenti, raggiungiamo Carlo intento a spignattare nella pazzesca cucina dell'hotel che ci saluta a braccia alzate chiedendoci se tutto è andato bene. Non deve essere vero, di sicuro è l'effetto dell'alcool. Alla grande Chef, rispondiamo come se salutassimo Pasquale l'Infamone alla trattoria de Tor Tre Teste. Ci vediamo presto!