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12 marzo 2026

La Russia è esclusa da Mondiali e Olimpiadi, gli Stati Uniti invece li ospitano nonostante la guerra. Tutta l'ipocrisia dello sport e le regole che cambiano in base alla bandiera

  • di Michele Larosa Michele Larosa

12 marzo 2026

Lo sport dovrebbe unire i popoli, ma le regole cambiano a seconda della bandiera. Russia esclusa, Usa premiati: tra favoritismi politici e disparità istituzionali, chi paga davvero il prezzo (sportivo) della guerra sono gli atleti e le federazioni più deboli

Foto di: ANSA

La Russia è esclusa da Mondiali e Olimpiadi, gli Stati Uniti invece li ospitano nonostante la guerra. Tutta l'ipocrisia dello sport e le regole che cambiano in base alla bandiera

È una bella contraddizione. Dallo scoppio della guerra in Ucraina la nazionale russa di calcio non gioca partite ufficiali. Solo amichevoli. Allo stesso modo gli atleti russi non partecipano alle Olimpiadi, o meglio alcuni lo fanno ma come atleti individuali, senza inno, bandiera né simboli legati al proprio paese. Sanzioni contro un paese aggressore prese dopo gli attacchi di Putin. Ma perché lo stesso non accade con gli Stati Uniti? Era successo già con Israele. Ma se in quel caso, fra il 7 ottobre e una lunga stratificazione di eventi, appare più sfumata la distinzione fra un aggressore e un aggredito, quello degli Usa nei confronti dell'Iran è stato quasi unanimamente riconosciuto come un attacco al di fuori dalle regole del diritto internazionale. Ma addirittura gli Stati Uniti i prossimi Mondiali e le prossime Olimpiadi li ospiteranno.
Un doppiopesismo da parte di Cio e Fifa, che evidenzia come al solito una certa sudditanza verso la nazione governata da Donald Trump. Il Presidente della Fifa Gianni Infantino in particolare è legato mani e piedi al tycoon, al punto di aprire una sede della Fifa a New York nella Trump Tower. In occasione dei sorteggi per la Coppa del Mondo Infantino ha anche insignito il Presidente il premio Fifa per la pace. Un contentino per il mancato Nobel che ha suscitato tantissime polemiche. Il Cio invece ha risposto all'attacco statunitense con un blando comunicato in cui ha ribadito banalmente il principio dello sport come “faro di speranza e di pace”.

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Il presidente della Fifa Gianni Infantino ANSA

A fare le spese (sportive) della guerra sarà, con ogni probabilità, la nazionale iraniana. Al momento da parte di Teheran nessuna rinuncia ufficiale, ma il ministro dello sport ha dichiarato: “Dal momento che questo governo corrotto ha assassinato il nostro leader, non abbiamo alcuna intenzione di partecipare ai Mondiali”. Donald Trump dal canto sua ha “assicurato che la nazionale dell'Iran è benvenuta al Mondiale”, mentre Infantino “ringrazia sinceramente Trump per il suo sostegno”, aggiungendo che “abbiamo tutti bisogno di un evento come la coppa del Mondo Fifa per unire le persone, ora più che mai”.
Se è pur vero che lo sport dovrebbe unire i popoli, rimane comunque la profonda ipocrisia e disparità rispetto al trattamento riservato alla Russia. C'è da dire che anche all'epoca Infantino preferì la via democristiana, non escludendo inizialmente la Russia dalle competizioni internazionali. Solo dopo il boicottaggio congiunto di alcune federazioni nazionali, che hanno minacciato di mandare a monte il Mondiale in Qatar, la Fifa ha deciso di escludere la Russia. Ma in questo caso sembra che la voce delle federazioni nazionali non si farà sentire.

Intanto l'Iran ha inviato un documento al Cio dove vengono elencati gli attacchi che hanno colpito direttamente lo sport e le conseguenze sul movimento. Il bombardamento di un palazzetto nel sud del Paese, in cui sarebbero morte 20 ragazze che si stavano allenando a pallavolo. Ma anche i danni alla sede del Comitato e di numerosi impianti, la morte di diversi funzionari, tra cui il capo della commissione etica. Un documento che ad oggi rimane da verificare, ma da cui proviene la richiesta da parte delle autorità sportive internazionali di indagare e adottare misure in risposta a quella che viene descritta come “un’aggressione diretta” contro la comunità sportiva del Paese.
Se in campo le differenze si appianano, e ci si ritrova a giocare ad armi pari, 11 contro 11, l'impressione è che la stessa cosa non avvenga in sede istituzionale. Lì le regole cambiano, e a fare da arbitro rimane la legge del più forte.

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Foto di:

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