Ma cosa hanno in comune Fabrizio Romano e Matteo Renzi? All'apparenza nulla, uno è napoletano, l'altro fiorentino; uno è un giornalista, l'altro un politico. Ma entrambi hanno una verve da “rottomatori”, della vecchia politica e del vecchio giornalismo, sono in un certo senso degli innovatori nel proprio campo. Entrambi sono anche dei grandi comunicatori, dei cultori del personal brand. Ma in comune hanno anche un'altra cosa, un amico in particolare, molto potente. Parliamo di Mohammad bin Salman, il principe dell'Arabia Saudita, primo alla linea di successione al trono ma già de facto guida del paese al posto dell'anziano padre. Renzi è da anni protagonista di un discusso rapporto con il principe, che presiede la fondazione “Future investment initiative”, nel cui board siedeva proprio l'ex premier. Un ruolo da consulente riccamente stipendiato dal principe saudita. Ora, con un video molto discusso, anche Fabrizio Romano è entrato nel novero degli “amici del principe”. Fabrizio Romano è il re dei giornalisti di calciomercato. Partito dall'Italia la sua frase “Here we go” è diventata un brand globale, bollino di attendibilità su una presunta operazione di calciomercato. 42 milioni di followers su Instagram, 27 su X, il suo è stato anche definito l'account X più influente al mondo. Proprio sui suoi social negli scorsi giorni è apparso un video. In questo contenuto, sponsorizzato come denota l'hashtag #ad, Romano elogia e sponsorizza il ruolo umanitario globale dell'Arabia Saudita attraverso il King Salman Humanitarian Aid and Relief Centre (KSRelief). Il giornalista parla dei vari progetti dell'organizzazione: come il Masan project per ripulire lo Yemen dalle mine antiuomo, ma anche i programmi sanitari o le forniture di acqua potabile. Un altro tentativo da parte del regime saudita di ripulire la propria reputazione a livello internazionale. Tentativo a cui si è prestato un giornalista, che non solo per deontologia professionale non potrebbe fare pubblicità a pagamento. Ma la fa sponsorizzando un regime che più volte si è macchiato di violazioni dei diritti umani.
E allora ha ragione il giornalista Paolo Ziliani, quando dice che per saperne di più sull'Arabia Saudita e il suo regime Fabrizio Romano forse dovrebbe farsi due domande sul giornalista Jamal Khashoggi. Khashoggi è stato assassinato dai sicari del principe a Istanbul nel 2018, non prima di essere stato torturato e poi fatto a pezzi con una sega e fatto sparire con l’acido. Intanto Fabrizio Romano presta la sua voce e i suoi canali al regime che probabilmente lo ha assassinato, forse per vantaggi economici o, come dice il Telegraph, per avere maggiore accesso “in particolare al club di Cristiano Ronaldo, l’Al-Nassr, uno dei quattro club di proprietà maggioritaria del Fondo di Investimento Pubblico del Paese”. E allora ci chiediamo, Jamal Khashoggi e Fabrizio Romano sono colleghi? Sono entrambi degni di stare nella stessa frase? Di essere chiamati con lo stesso nome: giornalisti? Non può che tornare alla mente la famosissima frase di Indro Montanelli: “Il giornalismo è tale solo se è il cane da guardia della democrazia”. Quando il giornalismo diventa invece cassa di risonanza di un regime dalla dubbia moralità allora c'è qualche problema.