Dopo giorni di polemiche, Tommaso Cerno ha rilasciato un'intervista per rispondere alle critiche che gli sono arrivate riguardo la striscia 2 di picche, in onda da lunedì 9 marzo su Rai 2. Lo ha fatto parlando con Fanpage, a cui ha raccontato la sua uscita dal PD, come è stato assunto all'Espresso, l'infanzia in Friuli Venezia Giulia; sul contratto a parecchi zeri, gli ascolti in picchiata, la vicinanza al governo invece, nessuna risposta. Anzi, ha detto che senza 2 di picche, ci sarebbe stato il nero pubblicitario. Cogliamo dunque fiore da fiore cosa ha detto sul suo discussissimo programma.
La prima domanda che Ilaria Costabile di Fanpage pone a Cerno, riguarda il dato Auditel del 5% di share o poco più. "Sono entusiasta dell'attenzione enorme che suscitano i miei tre minuti. Ho fatto i calcoli, conduttori che sono in onda da anni, non fanno il 5%", risponde Cerno. Tralasciando il tipo di attenzione, quello che è stato sottolineato dai giornalisti, non è il dato puro dello share di 2 di picche, quanto il fatto che in quei pochissimi minuti, le teste diminuiscono in maniera sensibile. Nonostante la brevissima durata insomma, la rete perde pubblico: nella prima puntata, in appena tre minuti, il programma era già sceso di due punti di share, per poi risalire quando è iniziato il talk di Milo Infante.
Dimostrando poi di avere una visione romantica del giornalismo tutto carta e quotidiano, dirà poco dopo: "3 minuti in televisione tutta questa attenzione, meno male che non sono stato un'ora, sennò ci finivano l'inchiostro". Come se non sapesse che l'attenzione è legata ai costi della striscia che, per chi si è distratto, ammonterebbero a 848mila euro (11mila a puntata, di cui 3mila a Cerno). E comunque, se fosse duranta un'ora, più che l'inchiostro, limite sarebbero finiti i soldi della Rai.
Il capolavoro però, arriva poco dopo, quando il giornalista spiega quanto i contenuti della sua striscia siano diventati virali: "2 di picche è girato sui social, sulle piattaforme in maniera straordinaria, può diventare un appuntamento che non necessariamente costringe le persone a restare alle 14:00 davanti alla televisione, ma rischiavamo di essere un nero pubblicitario e se invece portiamo qualche migliaio di persone in più, significa che l'attenzione c'è". Se Milo Infante ha letto, potrebbe aver invocato qualche divinità remota: perché al posto di 2 di picche partiva bel bello un programma intitolato, nomen omen, Ore 14.00. Che poi è la stessa trasmissione che gli segue, con cinque minuti in meno e i telespettatori che quando vedono Infante, aumentano. Perciò no, nessun nero e nessun migliaio di persone in più: al massimo, dato che 2 di picche perde pubblico, Ore 14 deve iniziare più tardi e con meno spettatori di quanti ne avrebbe senza 2 di picche.
Quando Fanpage gli fa notare che la partenza del 9 marzo è sospettamente vicina al referendum, per non essere di parte, la risposta è che pur rispettando la protesta dell'Usigrai (che aveva parlato di "propaganda di governo pagata coi soldi del canone"), "sulla collocazione, non abbiamo fatto nulla che potesse toccare la sacralità di un telegiornale come il Tg2". Da quanto emerso, l'idea iniziale era collocare la striscia in testa al Tg2, sfruttando una fascia oraria particolarmente favorevole in quanto a telespettatori; ma il punto non era tanto la "sacralità" del notiziario, quanto la vicinanza di Cerno al governo e la data scelta per l'esordio della striscia. Chissà, forse non gli era chiara la domanda .
Aggiunge poi di essere stato portato semplicemente per aggiungere un punto di vista, nell'ottica del servizio pubblico, ma che non andrebbe mai a fare un lavoro che i giornalisti del Tg2 farebbero meglio di lui. Quello che lo stupisce però, è che dieci anni fa venne chiamato dalla Rai per raccontare la Seconda Guerra Mondiale e nessuno si lamentò. Anche qui, a Cerno dev'essere sfuggita la differenza: il suo D-Day, quattro prime serate su Rai Tre, era un programma culturale che si avvaleva di risorse interne, mentre 2 di picche è scritto con un autore, esterno pure lui, che è il cognato del Ministro Giuli. Nutrire qualche dubbio sui contenuti in tempi di referendum, conoscendo la vicinanza del giornalista al governo, è scontato. E poi il costo, i soldi: ancora una volta, i grandi assenti di questa intervista.
A proposito di accostamenti temerari, parlando di omofobia: "Da Pierluigi Diaco ho cantato Sal Da Vinci, dopo le polemiche sul referendum e la messa in onda di 2 di picche ho letto un po' di messaggi, sono stato massacrato perché "fro**o di destra", mentre Gabanelli ha detto mettersi a 90, frase che io uso regolarmente, e l'unica criticadi che le è arrivata è che non si usa in italiano". Ma qual è l'attinenza tra gli insulti omofobi e la Gabanelli che dice che non dobbiamo "metterci a 90" nei confronti degli Usa? Discriminazione tra Stati?
Nel frattempo, la pagina BoicotteRai ha diffuso la notizia che la figlia del marito sarebbe stata assunta in Rai con contratto ibrido, in qualità di social media manager "per rilanciare i contenuti di Domenica In con il fine di promuovere l'immagine di Tommaso Cerno sui social". Tommaso Cerno e la Rai smentiscono: il problema però, è che era la stata la diretta interessata, Giada Balloch, a scriverlo su LinkedIn.