Ci sono voci che, quando parlano di calcio giovanile, pesano più di altre. Perché dietro hanno anni di campi, spogliatoi, bambini che crescono, se ne vanno speranziosi verso squadre migliori o qualche volta se ne vanno delusi. Antonio Bongiorni è una di quelle voci. Ex calciatore, poi una vita dedicata al calcio giovanile, ha diretto per anni la Polisportiva Margine Coperta di Pistoia, storica società satellite dell'Atalanta: da lì sono passati ragazzi come Pazzini, Bonaventura, Montolivo, prima di diventare i calciatori che tutti conoscono. Gli abbiamo letto, parola per parola, la lettera che una mamma ci ha scritto qualche giorno fa: quella di un bambino di dieci anni, scartato attraverso lo schermo di un computer perché non abbastanza bravo, non abbastanza sviluppato. Nessun preavviso, nessun confronto, ecco cosa ci siamo detti.
Lei ha fatto prima il calciatore e poi si è dedicato al calcio giovanile. Quando l'obiettivo di una società dal divertimento diventa la selezione?
Io ho costruito la Polisportiva Margine Coperta, a Pistoia. Era una consociata, un'associata dell'Atalanta, una delle prime in Italia. Bisogna partire da un'importante differenza. Ci sono le scuole calcio "sociali", dove non c'è grande aspettativa a livello di risultati sportivi e si creano le basi per un'attività a cui tutti i bambini possono aderire, giocare, divertirsi e anche crescere. Poi ci sono le scuole calcio cosiddette affiliate. Negli ultimi anni di queste ce ne sono a volte in misura spropositata. Perché una società professionista dovrebbe fare delle scelte ben precise, con personaggi ben conosciuti ed esperti del mestiere, e assicurare una crescita sia dal punto di vista fisico che comportamentale.
Cosa pensa del fatto che i club professionistici abbiano un proprio settore giovanile fin dalle categorie più piccole?
Sono contrario, e questo l'ho detto e lo ripeto per l'ennesima volta: sono contrario al fatto che le società professionistiche di Serie A e di Serie B facciano un loro settore giovanile fino alle categorie piccole. Dovrebbe esserci una crescita gestita dalle società dilettanti, dove le società professioniste hanno la possibilità di attingere scegliendo coloro che reputano tra i più bravi. Quello lo posso dire con certezza perché ho avuto la mia esperienza personale di Margine Coperta, da dove sono venuti fuori i vari Pazzini, Bonaventura, Guarente, Bandinelli, Buzzegoli, Pagano, Montolivo. Tutti giocatori che, arrivati ai 14 anni, partivano dopo un percorso fatto di crescita dal punto di vista comportamentale, fisico, tattico e tecnico.
Nella lettera si parla di un bambino "scartato" perché non ancora sviluppato fisicamente. È un problema diffuso?
Succede che un bambino a quell'età non abbia ancora un'efficienza fisica, e allora viene scartato. La parola è brutta. Perché l'osservatore bravo riesce a individuare - e io ho tanti esempi - giocatori di livello importante che però non abbiano ancora compiuto, all'età di dieci anni, uno sviluppo fisico adeguato alle categorie che si vogliono affrontare, bisogna avere la forza di farli restare e fare un lavoro particolare.
Ha un esempio diretto di un giocatore che ha avuto bisogno di questo tipo di percorso?
Il primo esempio è Bonaventura. Quando è arrivato a Margine Coperta era un ragazzo che dal punto di vista tecnico - lo ha dimostrato poi anche in futuro - era di grande livello, ma aveva bisogno di una crescita esponenziale a livello fisico. Negli anni in cui è stato a Margine Coperta abbiamo fatto un lavoro sulla componente muscolare, sulla crescita fisica, e poi con il tempo l'Atalanta ha completato il suo percorso.
Passiamo alla lettera della mamma. L'ha letta. Cosa ne pensa?
L'ho letta attentamente. Non è certamente la prima e non sarà nemmeno l'ultima, perché quando un genitore sceglie una società deve sapere quali sono gli obiettivi di quella società. Se è quello di formare bambini a livello sociale, sapendo magari che il proprio figlio non ha grandi doti, oppure se parliamo di un contesto importante. Lì bisogna avere un'attenzione particolare, perché il bambino, se anche in casa gli viene fatto credere di essere il più bravo, poi si potrebbe scontrare con realtà diverse dove altri sono ancora più bravi, e può andare incontro a una delusione. Ma nella lettera, la cosa che assolutamente non mi è piaciuta, è che il bambino per 3-4 anni ha proseguito in questa scuola calcio senza nessun contatto, nessuna riunione informale. Questo è stato molto grave. Il bambino va accompagnato attentamente, e i responsabili delle società, a livello tecnico e gestionale, dovrebbero consigliare ai loro allenatori di lavorare come fosse una scuola. Consiglio a tutti quello che io ho sempre fatto anche a Margine Coperta: ogni anno facevo fare, a dicembre o gennaio, una relazione scritta sul percorso da agosto a dicembre e su quale sarebbe stato, secondo i loro valori, l'indicazione da gennaio a maggio. Questo per avere un'idea precisa. Un genitore ha il diritto di sapere come va suo figlio, ma questo richiede una società che metta i propri allenatori in condizione di redigere una scheda che testimoni il lavoro fatto e quello che verrà fatto in prospettiva. Arrivare invece alla fine dell'anno dicendo "il bambino non è compatibile per noi" senza motivazione è una sconfitta per il bambino, soprattutto una sconfitta morale, ma è anche una sconfitta istituzionale per chi è preposto a farlo crescere ed è responsabile della società.
Pensa che oggi questo compito venga lasciato troppo alle famiglie?
Sì, e questo è un errore. Il genitore, se non ha un'idea precisa, si limita a guardare il proprio bambino giocare e a pensare che sia bravo. Ma un allenatore competente che a gennaio mi redige una relazione, che io ho l'opportunità di leggere e su cui posso anche non essere d'accordo, permette un discorso di confronto: prima della fine dell'anno uno può farsi un'idea, e magari, se la pensa in maniera diversa, prepararsi a cambiare società l'anno successivo. Non si può aspettare dieci giorni dalla fine della stagione per dire che il bambino non va più bene. Questo è un errore gravissimo.
Come è cambiato, secondo lei, il ruolo dei genitori nel calcio giovanile?
Se le società professionistiche avessero l'obbligo di scegliere i bambini dai 14 anni in poi ci sarebbe meno protagonismo anche a livello di genitori. Posso testimoniare centinaia di casi di bambini di 8-10 anni che le società professioniste si accaparrano per portarli a distanza di 80/100 chilometri: bambini che salgono su un pulmino, fanno un'ora, un'ora e mezza di pulmino per andare a fare un'ora di allenamento e tornare la sera. Io non sono affatto d'accordo. Bisogna fare una scelta più precisa fino a una certa età: il bambino deve avere prima di tutto un'educazione. Si fanno presto grandi illusioni, e i genitori ne sono molto partecipi, per poi scontrarsi con realtà diverse quando il livello si alza.
Cosa si aspetta dalla nuova federazione?
Sono molto curioso, interverrò se qualcuno mi chiamerà, anche per dire la mia, perché in tutti questi anni di esperienza ne ho maturata molta. Sarei felice se venissero fuori tante cose che in passato avevo già proposto. Anni fa, per esempio, dissi che a livello nazionale, tra gli Under 21, le società professioniste avrebbero dovuto avere l'obbligo di far giocare più italiani. Probabilmente così avremmo avuto qualche italiano in più nelle squadre, e qualche Nazionale in meno costretta a non qualificarsi per un Mondiale.
Guardando ai modelli esteri, spesso si parla di modello francese, che ne pensa?
Il modello francese, i centri come Clairefontaine, li ho visti perché quando ero all'Atalanta ho girato nei vari campi. In Italia esistono realtà sul territorio, ma non sono veri centri federali come in Francia: da noi sono più che altro società che gestiscono l'attività. I centri federali dovrebbero essere gestiti da gente federalmente preparata. Ho sempre detto una cosa: quando si creano i corsi per i settori giovanili, dobbiamo dare ai tecnici che escono da lì l'opportunità di avere almeno tre anni di contratto per fare esperienza nelle società, pagati dalla federazione stessa, per vedere se sono all'altezza. Il problema di fondo è che tutti ambiscono a guadagnare soldi e basta. Mi auguro che Malagò faccia qualcosa di veramente importante, che possa creare le basi per una crescita.