Qualche giorno fa in redazione è arrivata una lettera che non siamo riusciti a ignorare. A scriverci è stata una mamma, Elise Lefort, madre di un bambino nato nel 2015 e iscritto da quattro stagioni alla scuola calcio AC Mazzo di Rho, società affiliata al progetto Cagliari Academy. Quattro anni di allenamenti, partite, tornei, entusiasmo. Poi, a stagione ormai conclusa, arriva una e-mail, fredda e definitiva: suo figlio e un altro bambino sono stati esclusi. La motivazione? Il bambino non sarebbe “abbastanza bravo” e non avrebbe “ancora un fisico sufficientemente sviluppato”. Dieci anni, e già pesato come un professionista che deve lottarsi il posto. Come faceva notare la stessa mamma, a quell'età i tempi di crescita cambiano da bambino a bambino anche di anni: valutare un fisico ancora in formazione è come giudicare un libro dalla copertina. E a rendere tutto più amaro c'è un dettaglio che pesa quanto il resto: nessun allenatore, nessun dirigente, ha trovato il tempo di guardare quei bambini negli occhi e parlargli. Il tutto è stato affidato a una notifica e allo schermo di un computer, il compito di spiegare l'esclusione scaricato, interamente, sui genitori.
Una vicenda che ha acceso un faro su un tema più grande: qual è, oggi, il vero modello educativo delle scuole calcio italiane? Abbiamo deciso di girare la domanda a chi lo sport e la mente li studia da vicino, intervistando Francesco Piras, psicologo sportivo, e chiedendogli senza troppi giri di parole: è un caso isolato, o la punta di un iceberg?
“Ho letto con attenzione le parole scritte da questa mamma e non posso che condividere ogni parola espressa e ogni concetto espresso”, esordisce Piras. “Stiamo parlando di una fascia d'età dove l'obiettivo primario è proprio quello sottolineato dalla signora stessa: la crescita personale, psico-sportiva e sociale. Non può essere l'obiettivo principale quello di selezionare in vista di una squadra più forte, figuriamoci nelle modalità descritte dalla signora stessa”.
C'è un concetto, in particolare, che secondo lo psicologo viene ignorato sistematicamente da chi lavora nei settori giovanili, e che da solo basterebbe a far crollare l'impianto “selettivo” di certe scuole calcio: l'apprendimento latente. “Viene trascurato anche un concetto fondamentale che è quello di apprendimento latente, ovvero un apprendimento che può restare nascosto per anni e poi esplodere in fasi più avanzate dello sviluppo”, spiega Piras.
Ma cosa vuol dire davvero, apprendimento latente? Vuol dire che un bambino può allenarsi per mesi, ripetere gesti tecnici allenamento dopo allenamento, senza che questo si traduca subito in una prestazione visibile - e non perché “non ce la fa”, ma perché sta costruendo, in silenzio, un bagaglio che ancora non ha gli strumenti fisici e coordinativi per mostrare. Poi, magari all'improvviso, con uno scatto di crescita o una nuova maturazione motoria, quel bagaglio esplode e il gesto che sembrava impossibile diventa naturale. È il classico “brutto anatroccolo” dello sport: chi lo scarta a dieci anni perché non è ancora cigno semplicemente, spesso, non ha aspettato abbastanza.
Ma al di là del talento, il tema da sollevare è piuttosto di umanità. Che valori dello sport vogliamo trasmettere a dei bambini in questo modo? Piras non si limita a condividere la preoccupazione della mamma, ma la conferma come un problema diffuso e strutturale: “Assolutamente d'accordo con lei, purtroppo questo modo di operare è ancora molto diffuso e chiaramente non è funzionale alla crescita dei ragazzi e dei bambini, con il rischio anche di creare distorsioni cognitive sull'autostima e sul sano sviluppo psicofisico dei ragazzi”.
Non stiamo parlando solo di una squadra sbagliata o di un dirigente poco empatico. Stiamo parlando di un sistema che, in troppi casi, applica ai bambini le stesse logiche spietate del calcio dei grandi dimenticando che a dieci anni l'obiettivo non dovrebbe essere vincere il campionato, ma costruire uomini prima che calciatori. E il conto di questi errori, quando arriva, non lo paga la classifica. Lo paga l'autostima di un bambino.
C'è un'altra dimensione della vicenda che rischia di passare in secondo piano, ed è quella che riguarda il futuro sportivo e sociale del Paese. L'Italia parla da anni di crisi dei vivai, di un settore giovanile che fatica a produrre talenti rispetto ad altre nazioni europee, di un calcio che invecchia e importa dall'estero quello che non riesce più a costruire in casa. Ma ogni bambino allontanato in questo modo da uno spogliatoio è, statisticamente, uno dei tanti che smetteranno di praticare sport in età evolutiva, alimentando quel fenomeno di abbandono sportivo giovanile che l'Italia fatica già a contrastare, con conseguenze dirette su salute, socialità e stili di vita delle nuove generazioni.
Resta una domanda, che forse fa più rumore di tutte le altre: quante altre famiglie stanno vivendo, in silenzio, la stessa storia? E quanti “brutti anatroccoli” del calcio italiano stiamo, ogni stagione, lasciando per strada?