Può la perfezione della performance sportiva incontrare l’assolutezza di una composizione artistica? Da Assen, dopo oggi, la risposta è sì: Nicolò Bulega ha eseguito la sua Nona Sinfonia. Come Ludwig van Beethoven nel 1824, che trasformò il silenzio di una sordità opprimente nel grembo di un suono universale, il pilota romagnolo ha trasmutato il brusio dei dubbi e i fantasmi di una carriera passata tra ombre e cadute in un inno alla gioia meccanica. Nove vittorie su nove gare in questo WorldSBK 2026, col record di Toprak raggiunto, non sono più cronaca sportiva: sono il superamento del limite, una conquista etica che trasforma il "Sé" sofferente in un "Noi" vincente.
Ecco perché l'analogia con il genio di Bonn non è un mero e fin troppo banale esercizio retorico legato a quel 9 che ricorre. Beethoven compose la sua Nona in un isolamento sensoriale totale, trovando dentro di sé l’armonia che il mondo esterno non poteva più offrirgli. Bulega, pur immerso negli scarichi aperti delle corse, sembra correre in una bolla di consapevolezza simile: una sorta di "sordità" selettiva. Verso le distrazioni. Verso ciò che fa sembrare tutto quasi troppo facile. Verso i propinatori di futuro. Imparando a chiudersi dentro un'intimità profonda con la sua Ducati. “Onestamente, è incredibile – ha detto oggi dopo la bandiera a scacchi di Gara 2 - Ora ho un ottimo feeling con la moto, sono in forma e so esattamente cosa fare in ogni situazione. Proprio come ieri: sapevo cosa fare quando ha iniziato a piovere”. Come un compositore, quindi, che legge l'invisibile per renderlo compressibile, oltre che visibile.
Se la Nona Sinfonia fu la risposta definitiva alla tentazione del suicidio confessata nel Testamento di Heiligenstadt, questo dominio assoluto è la risposta di Bulega ai suoi anni più bui. “Voglio continuare così e godermi questi momenti – ha detto ancora - ho vissuto tanti momenti negativi in carriera, ma questo è un momento fantastico per me. Ora conosco sia i momenti brutti che quelli davvero belli”. Essere fenomeni e comportarsi da fenomeni, insomma, è un’altra roba. Così invece è un oltre: una maturità psicologica che accetta la fragilità passata come mattone fondamentale della forza presente. È l’Adagio beethoveniano: la tenerezza di chi ha sofferto e ora prega attraverso la velocità.
Tuttavia, ogni sinfonia ha bisogno di un contrappunto, di un "Altro" che ne definisca i contorni. Beethoven inserì il coro nel quarto movimento perché gli strumenti non bastavano più a esprimere l'abbraccio universale. Bulega, in modo squisitamente umano, ammette la necessità del confronto: “Mi manca molto Toprak, perché l'anno scorso abbiamo avuto tante battaglie emozionanti. Forse ora sono un passo avanti, ma penso che qualcuno mi raggiungerà, e il primo sarà senza dubbio Iker, che è quasi arrivato perché è molto vicino”. La certezza su Lecuona, suo compagno di squadra, diventa l'esigenza psicologica di non sentirsi soli in cima. “È molto importante – dice ancora - avere un compagno di squadra forte, perché se sei sempre in testa con un grande vantaggio, arriva un punto in cui pensi che quello sia il limite. Ma se il tuo compagno di squadra è competitivo, ti spinge a superare quel limite”. Per essere immensi serve un avversario.
O comunque una sfida più alta e che tenga svegli. Quella di Bulega porta la data del 5 maggio. Se la Nona di Beethoven è un testamento spirituale, il test al Mugello con la Ducati Desmosedici 850 è il manifesto del domani. C’è una tensione narrativa nel suo sguardo verso la MotoGP, una speranza nobile ma priva di ansia tossica. “Qualcosa può cambiare la prossima settimana – le sue parole – dato che il mio manager sarà a Jerez e parlerà con alcuni team: spero di poter dire qualcosa a Balaton. Per il momento so che il 5 maggio avrò il mio primo test con la Ducati 850 al Mugello”. Eppure, in questa rincorsa verso l'apice, Nicolò mantiene una saggezza antica, quasi rassegnata alla bellezza del presente: “La MotoGP per me sarà difficile, dato che non ci sono tante moto libere ed i piloti forti ancora in cerca di un posto sono diversi. Dovrò anche essere fortunato, dato che alcuni piloti devono andare dove spero io. Vedremo, ma se restassi in Superbike non sarebbe una notizia triste, dato che qui mi sento bene ed il paddock è una famiglia. Se non andassi in MotoGP non sarebbe qualcosa di drammatico”. Eccolo l'abbraccio universale: Beethoven, scontroso e solo, amava l'umanità attraverso la sua musica; Bulega, pur nella solitudine del casco, corre col gusto di sentirsi in una famiglia dopo aver maledetto per anni il giorno in cui era, invece, salito su una motocicletta col sogno di fare il pilota.