Roger Federer nasce l’8 agosto 1981 a Basilea. A sei anni inizia a giocare a tennis, a sedici debutta nel circuito ATP. A 22 vince il primo Slam, a 23 conquista per la prima volta la vetta della classifica mondiale. A 36 mette il sigillo sul ventesimo e ultimo Major, a 41 arriva il ritiro ufficiale. Nel giorno del suo compleanno, a 45 anni, Roger Federer non ha più bisogno di una racchetta per lasciare il segno. Per lui, oggi come sempre, a partire dai saluti di quel necessario ma sofferto 24 settembre 2022, parlano l’eleganza e la classe con cui, per oltre vent’anni, ha saputo trascendere la dimensione del campo, conquistando il cuore delle persone prima ancora che quello degli appassionati.
Non è un caso che a Roger Federer venga attribuito il titolo di Maestro. Dell’arte del tennis, si intende. Dietro a un termine capitalizzato che indica una conoscenza tale da poter educare gli altri, si nasconde tutta l’essenza del giocatore che è stato. Un fisico, il suo, che non ha avuto nulla da invidiare al corpo maledetto ma instancabile di Rafael Nadal o a quello fabbricato magistralmente di Novak Djokovic. La sua era una corporatura robusta ma strutturata, ideale per non forzare le articolazioni e produrre colpi puliti. Dirompente, ma mai con quell’energia inarrestabile che ha sempre contraddistinto lo spagnolo. Agile, ma mai come l’uomo gomma di Belgrado. Roger Federer rispondeva a passi di danza, con colpi e movimenti disegnati, calcolati e composti, di una grazia mai vista prima, quasi a dover fare scacco matto nel minor numero di mosse possibili.
È così che ci si guadagna, del resto, il riconoscimento viscerale di un pubblico da sempre polarizzato, nel tennis come in ogni altro sport: giocando non necessariamente meglio, ma certamente in maniera autentica ed eccezionale. I venti titoli del Grande Slam parlano chiaro: appena sul terzo gradino del podio alle spalle di Rafa e Nole, rispettivamente a 22 e 24, da molti la doppia cifra dello svizzero viene considerata di pari valore, perché figlio di uno stile sconfinato e, proprio per questo, destinato a lasciare un’eredità impossibile da raccogliere.
Roger Federer è questo, un prototipo di fuoriclasse che oggi non esiste più, del tipo che alla forza preferisce la precisione e alla pura potenza antepone l’effetto ponderato. Che sorride alle variazioni piuttosto che alle maratone da fondo campo, dove la rete sembra essere una comparsa anziché il vero banco di prova del talento. La stessa rete che ne ha viste di strette di mano ma che, ad oggi, sembra non vantare la più importante di tutte: quella con Rafa Nadal nel giorno dei saluti. Non a suggellare la fine di un incontro, ma la fine di un percorso e di un’intera carriera. Non le congratulazioni per una vittoria o i complimenti nonostante una sconfitta, ma la vicinanza di un amico, prima ancora che di un avversario. Quello del maiorchino, il giorno del ritiro della sua nemesi, è un segno scolpito nella memoria collettiva: un fermo immagine che va oltre gli equilibri psico-fisici richiesti dal tennis, lasciandosi andare al sentimentalismo. Il peso della fine di una delle rivalità più belle della storia dello sport, con i due seduti uno accanto all’altro, mano nella mano, in balia di lacrime che raccontavano più di qualsiasi parola il cuore pulsante della storia del Federer tennista.
Era il 24 settembre 2022, a Londra, quando alla Laver Cup il tennis ha smesso per un momento di essere un’esibizione ed è diventato il canto del cigno di una leggenda. Una figura, quella dello svizzero, che ha forgiato intere generazioni e che nel saluto finale, nella morsa dell’emozione, non poteva che riflettere un’ultima volta l’immenso impatto affidato alla storia futura.
Un filo rosso che non chiede solamente di essere mantenuto tra le righe di un campo, ma che chiama a gran voce l’umanità oltre il gioco. È un’immagine, quella di Roger Federer, che ha superato la categorizzazione sportiva e si è plasmata nel sociale, un impegno mai ostentato ma prezioso, dalla Fondazione a sostegno dei bambini svantaggiati al ruolo di UNICEF Ambassador. Forse è proprio oltre la rete che si comprende al meglio la grandezza della sua eredità.
Così, in occasione del quarantacinquesimo compleanno di una leggenda, ne ricordiamo ciò che resta nel tennis e oltre: un artista della racchetta e l’uomo oltre il mito, delle parole misurate, l’impegno sociale e una gentilezza chiara a tutti, capace di farne un campione amato anche da chi, il tennis, non lo ha mai seguito.