Che in MotoGP tirasse aria di cambiamento non lo scopriamo certo oggi. Tutto è iniziato con il periodo della pandemia e l’addio di Valentino Rossi: poca gente in circuito, poco interesse, nessuna vera direzione per il futuro. Così sono state introdotte le Sprint al sabato, il carro bestiame coi piloti attorno al circuito a sostituire il warm up di Moto2 e Moto3, le tappe in Fan Zone da parte dei piloti, la sigla d’apertura. Alcune cose sono riuscite, altre meno.
Nel frattempo è arrivata Liberty Media, che come ogni innesto fatto nel modo giusto si sta prendendo il tempo necessario per cambiare la MotoGP a partire da un pesante rebranding del logo e dei lavoratori nel paddock, che oggi indossano tutti un completo color crema e scarpe Adidas.
Il 2027 segnerà la rivoluzione più importante: il cambio regolamentare e quello del fornitore degli pneumatici, con Michelin che lascia il posto a Pirelli, sono questioni fondamentali ma non così importanti quanto lo è l’accordo tra i costruttori e MotoGP Sports Entertainment Group, l’ex Dorna. La trattativa, farraginosa, arranca. Sul tavolo ci sono i soldi. Le case vogliono una quota dei ricavi (e non una cifra fissa) e alcune, come ad esempio la Honda, puntano ad avere quote più sostanziose, un po’ come succede in Formula 1 con Ferrari che è riuscita a dare un valore economico al proprio blasone. L’organizzatore, dall’altra parte, vuole vendere “the most exciting sport on Earth” e attirare nuovi sponsor anche attraverso una lunga serie di accorgimenti che comprendono un paddock più dedicato a vip e influencer.
Stando a quanto riportato dai colleghi di Motorsport c’è un nuovo nodo nella trattativa tra costruttori e MSEG per il contratto che rimarrà in vigore dal 2027 al 2031: il numero di moto per ogni pilota MotoGP, che potrebbe passare da due a una, esattamente come accade per Moto2, Moto3, Superbike e Formula 1. A sentire la notizia verrebbe da chiedersi se Liberty Media stia davvero tentando di trasformare la MotoGP in una copia più povera e piccola del suo campionato più importante. A quanto pare però è tutto il contrario, perché a fare richiesta di ridurre il numero di moto disponibili da due a una sarebbero stati alcuni costruttori per una questione di contenimento dei costi: meno meccanici, meno componenti, meno lavoro di messa a punto.
A cosa serve avere due MotoGP in garage
Avere due moto per i piloti non è soltanto un grande sollievo quando, più spesso di quanto vorrebbero, tornano al box con la tuta piena di ghiaia appollaiati sul sellino posteriore di uno scooter elettrico. È un approccio diverso al lavoro: le due moto hanno spesso nomi diversi e componenti differenti, servono a capire meglio le modifiche, possono essere preparate per la qualifica e per la gara a seconda delle necessità. E qualunque pilota al mondo ti dirà che anche se fossero esattamente uguali nelle componenti e nelle regolazioni la differenza si sentirebbe. C’è della mistica, insomma. Per non parlare del flag-to-flag, quando i ragazzi ne parcheggiano una con gomme da asciutto per prendere la moto da bagnato o viceversa. Un bel momento. Va detto che avere una moto sola aggiungerebbe qualche cucchiaiata extra di quel dramma che l’organizzatore cerca spasmodicamente in ogni angolo del paddock: se, per esempio, butti via la moto durante le prove del sabato mattina, i tuoi meccanici dovranno impazzire per sistemarla in tempo. Stessa cosa in ogni turno. Si perde più tempo, si rischia meno nei momenti più strategici e magari avere sia il passo che il giro secco non basta più, perché devi pure avere la moto intera. Non un dramma, eppure sarebbe comunque un peccato rinunciare a un po’ di quella tattica che alcuni piloti (e tecnici) riescono a fare sfruttando le due moto.
Come cambierebbe la MotoGP con una moto sola
Ammesso e non concesso che questa proposta passi, perché dovrà essere approvata all’unanimità dei costruttori e poi pure dal MSEG, si andrebbe verso un sistema simile a quello che c’è oggi in Superbike: la moto è di fatto una, nel retrobox ce n’è però un’altra in grado di scendere in pista se quella principale è definitivamente compromessa. Quindi ne tieni una e lavori su quella (anche se rompi parte della carena o un semimanubrio) mentre in casi più gravi come un telaio piegato o un forcellone spezzato una commissione dedicata, in seguito a una valutazione tecnica, consente di scaricare dal camion il secondo prototipo. Rinunciare alle due moto in caso di flag to flag significherebbe, poi, obbligare i piloti a effettuare una sorta di pit stop, anche in questo caso come già succede in SBK: ti fermi, i meccanici cambiano le gomme, fanno le dovute regolazioni alle sospensioni, caricano le mappe da bagnato e riparti. La fattibilità c’è, specialmente considerando che lo fanno nell’endurance dove una moto sola deve bastare per 24 ore. Difficile quantificare il risparmio in termini economici, specialmente in un mondo in cui non sono certo due meccanici a incidere sensibilmente nel budget di una squadra. Certo, se la seconda moto non entra mai in pista un abbattimento dei costi c’è.
Il fatto che si stia discutendo della seconda moto però ci porta anche a pensare che l’accordo sia nelle sue fasi conclusive e che, presumibilmente, avremo una conferma definitiva verso la pausa di metà stagione. Stando così le cose, moto singola e tutto il resto, ci sono buone possibilità che l’anno prossimo vedremo dei pit stop con tanto di radio accesa: piccoli brividi.