Danilo Petrucci ha il fisico di un picchiatore. Gli è costato tanto lungo la strada di un sogno voluto, raggiunto e difeso e che, paradosso assoluto, l’ha portato a essere un pilota col fisico di un picchiatore che ne ha prese tante. E brutte pure. Reagendo come reagisce un sognatore, non un picchiatore: ricominciando sempre. Ricominciando ovunque. Spaccandosi il cu*o comunque. Adesso il cu*o Danilo Petrucci se l’è spaccato veramente. Cioè, per essere più scientifici e professionali, s’è fratturato il coccige. E ha l’età di quelli che alla carriera di piloti c’hanno già rinunciato o hanno cominciato a penare di smettere. L’anima di Petrucci, però, è un’altra. E non prescinde da una coppia di sillabe: moto.
Lunedì è tornato nella sua Terni con le ossa doloranti e l’ennesima cicatrice da mettere in conto a una carriera vissuta costantemente oltre. Oltre il dolore. Oltre il limite di sopportazione. A attenderlo nel suo quartiere non c’erano i riflettori o le formalità che si riservano a altri che hanno avuto la sua carriera, ma la verità nuda e genuina della sua gente. Uno striscione, poche parole dai ragazzi della zona: “Il vento non lo fermi, daje Petrux”. Una sintesi perfetta, quasi lirica, che fotografa l’essenza di un pilota monumentale (altro che fisico da picchiatore), capace di non risparmiare mai niente e riprovarci ogni volta. Perché il volo di Most, in quella maledetta Curva 13 durante il primo giro di Gara 1, avrebbe potuto avere un epilogo ben più tragico.
La dinamica la conosciamo: il solito copione spietato che ricorda da vicino pure la carambola di Marc Márquez nella Sprint di Le Mans. Danilo che pinza forte nell’unico modo possibile per questa Bmw M 1000 RR, il posteriore si scompone, lo pneumatico che perde aderenza e si trasforma in una catapulta cieca. Due metri in aria, poi l’impatto. Il referto dei medici parla chiaro: frattura del coccige, contusioni pesanti alla schiena, all’anca e alla mano. Roba che porta dolore. Roba che porta a pensare. Roba che, però, non mette in discussione l’obiettivo: tornare. Mentre a guardare in BMW ci si accorge che forse Danilo Petrucci non è quello messo peggio. E che peggio, piuttosto, ci sta una BMW che, nonostante il colosso che è, s’è dimostrata poca cosa senza Toprak Razgatlioglu. Poca cosa e adesso anche senza piloti, visto che pure Oliveira è fuori dai giochi e il team Rokit SMR si ritrova improvvisamente a gestire una crisi d’identità tecnica e umana tutt’altro che banale.
Forse in BMW, adesso, potrebbe aiutare un motto: il vento non lo fermi. Lo stesso che per Danilo Petrucci, come scrive la sua stessa gente di Terni, è certezza e non spinta motivazionale. E se la politica nel racing dei tedeschi vacilla sotto i colpi dell’emergenza, la certezza resta, paradossalmente, Danilo Petrucci. Anche se si è rotto. Anche se potrebbe rompersi (inteso come stancarsi e cominciare a pensare a un addio). Gli accertamenti delle prossime ore definiranno i tempi di recupero, ma intanto la risposta sul come stia davvero Petrucci la sanno già a Terni: il vento non lo fermi.