Il 6 luglio 2026, per il calcio internazionale, è una data fondamentale. Uno spartiacque. Cristiano Ronaldo, l’unico calciatore della storia ad auto proclamarsi il migliore di sempre (in questo sì, è unico), con la fascia di capitano del suo Portogallo, è stato eliminato dal Mondiale. E forse dal calcio di alto livello. La Spagna è passata in vantaggio al 90’ con Merino su imbucata di Ferran Torres e la pratica si è chiusa con un risultato di misura agli ottavi di finale, come era accaduto nel 2010 in Sudafrica. Ma questa volta è diverso.
La partita aveva il sapore di una sentenza. L’ultima di Cristiano con la maglia della Nazionale ai Mondiali. L’ultimo tentativo di portare a casa quel trofeo sempre inseguito per restare nella scia della narrazione Ronaldo - Messi. Anche se, quando ha capito che non ci sarebbe mai andato nemmeno vicino, nonostante una squadra con le potenzialità per arrivare lontano, soprattutto in questa edizione del torneo iridato, come al solito il numero 7 portoghese ha provato a rigirare il racconto dalla sua parte, manifestando una certa incoerenza.
In passato, quando Messi, nel 2022 in Qatar, alzava al cielo la Coppa aveva detto: “Non è un sogno per me vincere il Mondiale. Definite se sono uno dei migliori della storia con un torneo con sei o sette partite?”. Oggi, invece, nel giorno in cui si è palesata ogni risposta, ha preso un’altra via per, in qualche modo, appiattire il Mondiale di calcio al pari di una manifestazione come le altre. “Per me il successo agli Europei nel 2016 vale come la Coppa del Mondo”. Così però, caro Ronaldo, vale tutto.
Mettiamo a posto le cose, senza farci confondere dal rumore dei media che, per 20 anni, hanno spinto all’estremo questa dimensione del “Goat” che oggi un po’ stride con la realtà. E nel day after, anche in Portogallo, qualcuno ha iniziato a mettere in discussione il loro campione che a 41 anni sembra non volere lasciare spazio al talento di nuova generazione. Su A Bola, principale organo di stampa portoghese, è stato pubblicato un editoriale durissimo: "È imperativo chiudere definitivamente il ciclo del capitano, che si è protratto ben oltre il dovuto”. Come non essere d’accordo?
Chi guarda il calcio in purezza, sa che questo è vero. Già quattro anni fa Cristiano Ronaldo, sembrava un pesce fuor d’acqua in campo durante le partite di alto livello. E anche quel mondiale finì con un solo gol in tutta la manifestazione e prestazioni che abbiamo dimenticato un secondo dopo. Quest’anno stessa storia, forse peggio. Cristiano è stato schierato costantemente al centro dell’attacco con risultati insufficienti. Tre gol, di cui due con l’Uzbekistan che possiamo definire la peggior squadra della competizione, con tanto di “I’m back” rivolto alla telecamera, e un rigorino nella partita vinta all’ultimo respiro contro la Croazia. Poi buio assoluto. La sua presenza per tutti i 90 minuti è sembrata a volte una forzatura, chissà se imposta dal CT Martinez o se la regola doveva essere semplicemente una: Ronaldo non si tocca.
Il risultato è stato un fallimento netto di una delle nazionali più talentuose del pianeta: Ruben Dias in difesa, Nuno Mendes e Cancelo esterni bassi, il centrocampo del PSG campione di tutto Joao Neves, Vitinha e Bruno Fernandes tra i migliori dello United. Poi Leao, Conceicao e molti altri. Ma sopratutto Gonzalo Ramos, attaccante appena acquistato dal Milan, tenuto in panchina tutta la partita con la Spagna, dopo aver risolto, con pochi minuti a disposizione, con un colpo di testa da fuoriclasse, la gara contro la Croazia. Tutto insolito e, soprattutto, passato come giusto, perché il Goat pare dovesse giocare sempre. Una trappola per questo Portogallo che poteva sognare in grande.
Tutto questo, per onestà intellettuale, non significa che Cristiano Ronaldo non sia stato un campione, un giocatore fortissimo che ha vinto e influenzato generazioni di calciatori portoghesi. E’ stato tra i più grandi della storia del suo paese, leader, in campo e fuori, del Portogallo che nel 2016 ha alzato il titolo di campione d’Europa, ma poi c’è stato un momento in cui l’ego smisurato e a volte non attinente alla realtà, in un gioco collettivo come il calcio, si sarebbe dovuto mettere da parte.
Si è campioni anche quando si capisce che a 41 anni non si deve pensare solo a far gol perché è necessario arrivare a mille per aggiornare il record, ma si dovrebbe trasmettere ai compagni il peso di una presenza per poter esprimere al meglio il loro, di valore valore. Magari sedendosi in panchina senza smorfie e risatine ed entrare al momento giusto per aiutare la squadra. Forse, però, questo è chiedere troppo a chi ha basato un’ intera carriera sull’auto convinzione, le statistiche personali e un gioco da individualista, in uno sport in cui si scende in campo in undici.
Caro Cristiano, forse sarebbe potuta finire meglio, perché il Goat sa anche quando è il momento giusto per fare un passo indietro. Ma non è il suo caso.