Evviva Haaland, evviva i nuovi Crociati! Noi godiamo per il nuovo avvento, per questa nuova Vecchia Europa che distrugge e trionfa. Dedicato ai salottini frignoni che ancora piangono, dal grandioso 1-7 con la Germania nel 2014. Ieri un nuovo maracanazo, ennesimo trauma per un popolo che da domani si darà al rugby e al tennis, come l’Italia, ex-potenza calcistica decaduta. Nel dopo partita di Brasile-Norvegia, i calciatori gialloverdi carioca vagavano in campo con l’espressione di chi ha affrontato una forza sovrumana, mentre sulle maglie rosse dei norvegesi splendeva una croce blu. Non solo un vezzo grafico, ma vero e proprio manifesto identitario di un popolo europeo che non si vergogna della propria storia e che ha saputo cogliere il meglio da un passato che non ha nulla a che vedere coi crimini, i furti e il razzismo dell’imperialismo europeo e arabo dei secoli scorsi. La bellissima croce norvegese, quella che campeggia nella bandiera nazionale - concepita nel 1821 - si rifà al momento fondativo in cui gli avi vichinghi smisero di saccheggiare monasteri e cominciarono a costruirli. Cristianizzazione che in Norvegia non fu certo un pranzo di gala: re come Olaf Tryggvason la imposero con la spada, incendiando templi pagani, distruggendo idoli e offrendo ai sudditi la scelta tra il battesimo e conseguenze poco piacevoli. Ma fu anche un sincretismo funzionale. Le prime chiese in legno – le stave churches – sorsero sulle ceneri dei templi pagani. Una di queste, la chiesa di Urnes, eretta intorno al 1130 sulle sponde del Lustrafjord, è ancora lì con il suo crocifisso fregiato di intagli e antiche visioni dai riti psichedelici dell’epoca, in cui draghi e serpenti norreni si intrecciano con croci e simboli cristiani. È esattamente quel motivo che Nike ha tessuto all’interno della croce blu della nuova maglia della squadra di Re Haaland. Dietro la croce, i cognomi dei giocatori - Haaland, Ødegaard, Nusa e gli altri – non sono scritti in un font qualunque. Sono in Taakeferd Condensed, un carattere creato apposta, ispirato all’Elder Futhark, antico alfabeto runico norreno. Le lettere hanno angoli taglienti, geometrie da incisione su pietra o su osso. Come fossero uscite da una stele del X secolo che sembra dire: “Non ci siamo convertiti per diventare mansueti. Ci siamo convertiti restando noi stessi”.
Squadra crociata che porta in campo il simbolo stesso della cristianità scandinava, ma su uno sfondo che evoca Valhalla, le saghe e la remata collettiva, ormai icona di questo Mondiale, accompagnata dall’imperativo “Ru!”. In questa apparentemente giocosa coreografia si cita l’epoca in cui le navi drakkar trasportavano i guerrieri norvegesi per conquistare Islanda, Groenlandia, le coste del Nord America, cinquecento anni prima di Colombo. La Norvegia splende, si riconosce, è un tutt’uno. Mentre la Vecchia Europa del calcio è evanescente, nonostante trofei e vittorie. Inghilterra, Francia, Spagna, Germania, squadre ricche di talento, povere di identità e zeppe di doppi, tripli passaporti. Formazioni celebrate come modelli di integrazione, ma spesso prive di un’anima collettiva riconoscibile. I media amano l’esotico, il racconto del ragazzo arrivato senza scarpe dall’Africa o dal Sudamerica e che, dopo tanti sacrifici, sfonda. Una retorica confortevole che però si incrina quando a imporsi è una squadra come questa - omogenea, coesa e orgogliosa - oltretutto nazionale di uno dei paesi più ricchi al mondo. Precisiamo: non solo ricco, ma democratico, liberale e tollerante - in controtendenza con certe nazioni emergenti, in cui la democrazia viene considerata solo un vezzo occidentale e la ricchezza nasce solo dal sangue degli sfruttati.
La Norvegia nel 1900 era tra i più poveri d’Europa, terra di emigrazione di massa verso l’America. La scoperta del petrolio nel Mare del Nord avviene negli anni Sessanta. Oggi ha il più grande fondo sovrano del pianeta, gestisce la ricchezza come un’eredità da lasciare ai figli, non come un bancomat da svuotare, come ad esempio accade nei regni degli emiri e degli sceicchi, in cui i paria abbondano e non hanno diritti. Sappiate che alle famiglie che fanno figli in Norvegia si elargisce un assegno alla nascita di 92.648 corone norvegesi: circa 8.200 euro, oltre a congedi parentali tra i più generosi del mondo, asili nido praticamente gratuiti e un sistema che rende la genitorialità una scelta razionale, non un sacrificio eroico. Un miracolo laico costruito su valori che vengono da lontano: disciplina norrena, solidarietà cristiana, fiducia reciproca in una società piccola e omogenea. Non è nazionalismo becero. È orgoglio senza superiorità. I norvegesi non urlano “siamo i migliori”. Semplicemente lo dimostrano, con le statistiche sulla felicità, sulla corruzione zero, sulla coesione sociale e, adesso, anche con i risultati in campo. La loro identità è un ibrido riuscito: rune e croce, drakkar e welfare state, Valhalla e Stato sociale. Un sincretismo che non ha bisogno di cancellare il passato per inventarsi un futuro. Ma c’è un neo in ogni paradiso e che le serie tv norvegesi non riescono a tradurre per noi del profondo sud. Durante le puntate dei loro thriller, il tempo non scorre mai: è sempre notte! E vedi i bambini coi giubbotti catarifrangenti che escono di casa e vanno a scuola. Centinaia di serie in cui il buio non è solo scenografia, ma un vero e proprio personaggio. E se tu non sei al corrente delle dinamiche luce-ombra a quella latitudine, resti stranito e un po’ confuso.
Laggiù l’inverno dura molto. I norvegesi lo chiamano mørketid, il tempo buio. E lo affrontano con candele, luci soffuse, nel nome del koselig, il famoso comfort norvegese, fatto di saune e una resilienza tramandata dai tempi delle saghe. E i bambini ci si abituano e vanno lo stesso a scuola. I giocatori vanno lo stesso in campo. Il paese va lo stesso avanti. La Norvegia di questi Mondiali, con quella maglia che porta in petto la croce dell’Urnes e i cognomi scritti con le rune, ci ricorda una cosa semplice e oggi piuttosto rara: si può essere moderni senza tradire le proprie origini. Si può essere ricchi senza diventare volgari profittatori. E si può avere una croce sul petto senza trasformarla in un’arma. Il Brasile lo ha scoperto sulla propria pelle. Il resto del calcio europeo farebbe bene a guardarsi allo specchio. E magari a chiedere in prestito qualche runa.