Michele Pirro compie quarant'anni, Ducati ne ha appena festeggiati cento. È la domenica del WDW, lui ha voluto esserci a tutti i costi nonostante un infortunio che lo costringerà a ritirarsi dal CIV, in cui attualmente occupa il secondo posto in classifica dopo aver vinto dieci titoli in carriera. Michele è sospeso a metà tra la voglia di andare forte di un pilota e la consapevolezza del tempo che passa. Sorride, riflette. Dice che Marc Marquez e Casey Stoner sono diversi da tutti gli altri, racconta delle sue ambizioni da quarantenne e di tutti i limiti di questa MotoGP, specialmente per un collaudatore.
Oggi si festeggiano 100 anni di Ducati e 40 di Michele Pirro: auguri a entrambi.
“È un weekend speciale, sono contento. Tanti anni della mia vita li ho passati con loro e far parte di questa storia mi rende orgoglioso”.
Ti ricordi il tuo primo WDW?
“12 anni fa… sì”.
Al primo WDW, nel 1998, si dice ci fossero qualcosa come cinquemila Ducatisti. Adesso cinquemila sono quelli che arrivano alla prima ora del venerdì.
“Ducati ha una fetta di aficionados da un’epoca in cui le moto non erano solo da pista, penso ad esempio alla Monster, e la passione c’è sempre stata. Con i risultati sportivi degli ultimi anni sono aumentati di molto i tifosi”.
Qui si è corso anche il V2 Future Champ Ducati Academy, un campionato che hai messo in piedi tu con Garage 51. Come sta andando?
“Fa parte dell’evoluzione che il mondo ci chiede: Ducati è sempre stata vista come una casa per gentleman rider, o comunque per piloti di una certa fascia d’età, diciamo. L’obiettivo è stato quello di cambiare questa cosa e due anni fa è nata la prima Panigale (V2, ndr) con costi e prestazioni adatte ai giovani, pensata anche per creare opportunità. Così abbiamo lanciato la V2 Future Champ Ducati Academy, partita da qualche mese”.
Hai portato anche Andrea Migno a correrci.
“Non correva da un paio d’anni e mi ha chiesto di poter tornare alle competizioni: l’ha fatto vincendo, sono contento perché c’è un bel livello rispetto a tanti altri giovani. Stiamo facendo crescere un progetto nuovo e non è facile, perché come sempre queste cose vanno gestite e ci sono tante criticità. Ma sono contento che siamo riusciti a farlo partire. E Ducati ha dimostrato ancora una volta che con una moto di serie si fanno prestazioni incredibili. Girare in quaranta basso qui, con una moto di serie, con quel V2 lì… continuiamo su questa strada”.
Durante la presentazione stampa si è parlato molto dei campionati nazionali come il BSB e il CIV: dei sette più importanti (Italia, Inghilterra, Germania, Giappone, Australia, Asia e Stati Uniti) siete al primo posto in cinque di questi, vi mancano l’America e l’Italia. Pare di capire però che nel CIV stiate soffrendo soprattutto il regolamento. È così?
“Ci sono tante incognite: i regolamenti, i piloti… in Italia non direi che siamo penalizzati, però Yamaha e altre case hanno diverse concessioni soprattutto a livello elettronico mentre noi corriamo con una moto di serie. Poi sai, le moto le guidano i piloti e nessuno mette in discussione il loro livello. Quello che dico è che noi abbiamo investito tante risorse per rendere la Panigale V4 una moto molto competitiva di serie, poi se alcune moto possono essere modificate è un altro discorso. Io provo a fare sempre il massimo, anche se l’età non mi aiuta abbiamo molte cose chiare in testa, tra cui preparare la 850. Ora sono secondo ma non potrò continuare il campionato perché mi dovrò operare. Sono in una fase in cui non posso dare il mio contributo”.
Ti sei fatto male a Imola e poi sei stato a farti visitare dal Dottor Porcellini…
“E gli ho detto di farmi fare il WDW, poi mi sarei operato! Invece sono arrivato al WDW ma la condizione non è ottimale, così la prossima settimana dovrò fare l’intervento”.
A quel punto dovrai fermarti per un paio di mesi.
“Sì, anche perché l’obiettivo adesso è sviluppare la 850. Ora posso approfittare del fatto che c’è Nicolò Bulega a darmi una mano, lui si prepara al meglio e in questi due o tre mesi farà lui i test mentre io proverò a recuperare al massimo per essere di nuovo a posto”.
Per il test ufficiale in Austria?
“Forse anche prima, se ci fosse bisogno dai primi di settembre dovrei esserci”.
Dopo il test di Brno abbiamo parlato con diversi piloti sulla nuova 850: tutti sostengono che sia divertentissima, bella da guidare e che le gare saranno più divertenti. A te come è sembrata?
“Mah, sicuramente la direzione è quella. Il regolamento è stato fatto per dare anche più spettacolo e margine ai piloti, sia con l’aerodinamica che con i sistemi di partenza e gli abbassatori. Tutto per lasciare un po’ più al pilota la possibilità di far la differenza. Sarà un gran cambiamento, anche perché pure le gomme faranno una gran differenza. Chi si adatterà meglio avrà un grosso vantaggio nella prima parte di stagione”.
Quanto è difficile per un pilota, magari anche veloce, sacrificarsi per un costruttore come avete fatto tu o Lorenzo Savadori? Perché si parla molto del terzo pilota ma è difficile pensare che se ne trovino abbastanza disposti a farlo.
“Qualche anno fa ti avrei risposto in maniera diversa. Oggi compio 40 anni, non posso più pensare di fare il pilota o fare qualche stagione completa. Fino a qualche anno fa però è stato difficile, dovevi lavorare per gli altri mentre tu avevi l’ego e la voglia di metterti in gioco. Nonostante questo devo dire che Gigi Dall’Igna è sempre stato molto sincero e onesto con me, non ho fatto la carriera da pilota permanente in MotoGP ma mi sono tolto delle soddisfazioni. Magari non si vede o lo sanno in pochi, eppure credo di essere tra le tante persone in Ducati che hanno fatto un lavoro incredibile per far raggiungere ai piloti questi risultati. La soddisfazione più grande è che anche Marc abbia voluto la Ducati per tornare a vincere e di questo sono fiero, non mi posso recriminare niente nella mia carriera. Sarei potuto andare via anni fa, con delle offerte. Però sono sempre stato molto legato al marchio, come Lorenzo Savadori. E fare questa cosa è un po’ una missione, sai… le altre case hanno più collaudatori, io ho fatto sempre tutto da solo e Lorenzo uguale. E soprattutto sono stato il collante tra MotoGP, moto di serie e Superbike”.
A un giovane, a cui magari viene offerto il ruolo di terzo pilota, consiglieresti una carriera come la tua?
“Devi avere la predisposizione mentale, ma sono anche cambiati i tempi: io avevo un’ambizione, facevo già la MotoGP, c’erano le wildcard. Era un continuo, mentre adesso è difficile. Togliere le wildcard ti toglie un po’ di carica e ai test devi lavorare con un obiettivo, in questi due anni che con la regola delle concessioni non abbiamo avuto wildcard… prima nei test l’ultima ora era per la prestazione, perché sapevi di dover correre la settimana dopo. Ora invece stai più tranquillo, poi magari ti chiamano per una sostituzione a tre mesi dall'ultima volta in cui hai guidato. È difficile, come fai? Anche perché sostituire un pilota è sempre spiacevole, non l’ho mai augurato a nessuno. Non la vivi benissimo. Invece io sapevo di andare a fare le gare col mio team, era diverso. Per il nostro sport - o per chi un giorno mi sostituirà - sarà molto più complicato”.
Al WDW abbiamo visto passare tutti i grandi della storia Ducati, così viene voglia di confrontare Marc Marquez e Casey Stoner: cos’hanno in comune? E dove sono più diversi?
“I talenti, gli estri… sono diversi da tutti quelli che ho visto. Le cose che ho visto fare a loro due, in un modo o nell’altro, le ho viste solo da loro. Tutti gli altri - campionissimi, talentuosissimi - però con caratteristiche comunque nel range. Da loro invece ho visto delle cose che da dentro mi hanno impressionato. Sono fiero e orgoglioso di averli visti tutti”.
Qualcuno ha detto: se lavori con Marc Marquez per un’ora non puoi odiarlo. È così?
“Sì, ha caratteristiche non comuni. Oltre a quello i risultati non mentono, non gli si può dire niente. È un grandissimo. Quando sono tornato da Imola rotto mia moglie si è arrabbiata, mi ha detto che non ne poteva più. Le ho risposto che Marc è un esempio incredibile per tutti, anche per me. Uno come lui non lo fa per la fama, lo fa per la passione, per sé stesso”.
Cosa ti hanno lasciato questi otto anni con Pecco Bagnaia?
“Innanzitutto è il pilota che ci ha fatto vincere il primo mondiale dopo Stoner, per me il primo da collaudatore. Non potrò mai dimenticarlo. Poi lui è un ragazzo talentuosissimo. Poi sai, nella vita come nei matrimoni ci sono situazioni in cui non ci si è riusciti a gestire e le colpe sai… io mi rivedo in alcune sue caratteristiche come persona, come umano. E come pilota ha dimostrato di essere pieno di talento, poi alcune cose non hanno funzionato e il matrimonio si è rotto. Un peccato, però lo porterò sempre nel mio cuore. Pilota italiano, moto italiana e titolo mondiale è tanta roba. Io gli auguro il meglio”.
Tra poco andiamo al Sachsenring: è rosso, come direbbe Davide Tardozzi?
“Speriamo. Viviamo alla giornata, che è meglio. Il limite è veramente sottile”.