Flavio Cobolli stava diventando grande, adesso lo è. Nel 2026 ha già in archivio due finali 500, una vinta e una persa; i primi quarti di finale ad un 1000; soprattutto due vittorie contro giocatori in top 10, Zverev a Monaco e ora Medvedev a Madrid. Proprio lui, che la top 10 sta iniziando ad assaporarla, a sfiorarla. Oggi è il numero 12, il terzo italiano dietro Sinner e Musetti, e l'arrivo fra i migliori del mondo a questo ritmo è solo questione di tempo. Cobolli a Madrid ha battuto il fu numero uno del ranking Daniil Medvedev dopo una maratona su terra durata 2 ore e 21 minuti. Un match di garra, di lotta, di vestiti sporchi di terra polverosa e polmoni in affanno dopo scambi interminabili. Prima, Cobolli aveva vinto una sola partita in sedici tentativi contro avversari in top ten. Una sola. Poi è arrivata la terra rossa e qualcosa si è rotto — o forse si è finalmente aggiustato. Nell'arco di quindici giorni ne ha battuti due, costruendo match dopo match. Dominando quando può, soffrendo quando serve. Non è un caso, è la dimostrazione che ormai, con quei giocatori, può scambiare ad armi pari.
La buona (o la cattiva notizia) è che ora ai quarti il ventitreenne romano troverà Alexander Zverev. Ma perché buona? È il numero tre al mondo. Sì, ma Cobolli, lo ha già battuto, senza appello, due settimane fa sulla terra tedesca di Monaco di Baviera. Flavio sapeva già come avrebbe dovuto giocare: “Se giochi aggressivo, lui soffre" ha detto dopo il match.
Lo sa anche Sascha. Sa che deve fare qualcosa di diverso, che il copione di Monaco non può ripetersi. Sa che quel ragazzo con papà in panchina lo ha letto, studiato e smontato pezzo per pezzo in meno di un'ora e mezza. Il problema è che saperlo e cambiarlo sono due cose diverse. Altrimenti avrebbe già smesso di perdere con Sinner — otto volte di fila, tre semifinali consecutive senza strappare nemmeno un set. Proprio gli italiani sembrano essere diventati l'incubo di Zverev, che da inizio marzo perde solo contro tennisti azzurri. Dall'inizio di questa stagione poi, nei grandi tornei, è sempre arrivato fino alla semifinale, niente di più, niente di meno. Una maledizione? No, è che il problema di Zverev è proprio quello. Una naturale medietà, un'innata tendenza al compitino, senza picchi, come un impiegato che timbra il cartellino. Il perfetto numero tre nell'era dei grandi due, relegato al ruolo di comprimario quando gli va bene, di sparring partner quando va male. Ha vinto le Atp Finals, ha fatto tre finali Slam, ma c'è un tetto che non riesce a sfondare. Ora quel tetto ha anche la faccia tosta di un ventitreenne romano che non molla mai. Monaco lo ha cambiato, o forse lo ha solo confermato. Zverev fino ad ora quest'anno ha sempre raggiunto le semifinali, domani Cobolli proverà a fermarlo un attimo prima. Per scoprire se davvero è entrato tra i grandi. O se i grandi, ogni tanto, sanno anche mordere