Dietro al terzo posto di Matteo Bertelle a Le Mans c’è molto di più del podio o dei singoli punti. Ed è facile intuirlo ascoltandolo parlare una volta sceso dalla sua moto: sorride nonostante una penalità che gli ha tolto la possibilità di giocarsi la vittoria, parla di una nuova ripartenza, di come ha affrontato l’ultimo grave infortunio - frattura di tibia destra e omero sinistro - che più che stenderlo a livello fisico avrebbe potuto farlo a livello mentale. Perché, come dice lui, “Purtroppo mi sono fatto male molte volte, sapevo che a livello fisico sarei tornato a posto”.
Un podio che dedica a se stesso, alla sua forza di non mollare anche quando tutto è diventato più complicato. E in un certo senso, con quelle parole, dà anche una lezione silenziosa ai colleghi della stessa MotoGP. Quelli del “grazie al team”, delle dichiarazioni di circostanza, dei ringraziamenti agli sponsor recitati con la stessa intonazione ogni fine settimana. Ormai lo fanno tutti e proprio quelle dichiarazioni sono una la brutta copia dell’altra, costruite per non dire nulla di sbagliato e finendo per non dire nulla di vero.
Matteo ha scelto una strada diversa. Non ha vinto, vero, ma dietro quel terzo posto c’è un mondo. E non a caso durante l’ultimo giro ha pianto raccontandolo senza vergognarsene, e quando gli abbiamo chiesto a chi volesse dedicare il podio non ha tirato fuori solo il team, la famiglia. Ha detto una cosa tanto semplice quanto forte: a me stesso. Perché quando passi mesi a ricostruirti, non solo fisicamente ma soprattutto mentalmente, il merito è prima di tutto tuo ed è giusto che tu possa manifestarlo.
Quella di Le Mans è stata una gara speciale, un po’ più delle altre. Ma non solo: “È stata molto particolare, era la prima volta che giravamo sul bagnato questo weekend, però direi che è andata bene. Mi sono divertito, il team mi ha messo una moto da bagnato pronti via veramente perfetta. C’erano dei punti dove bisognava stare attenti perché qui a Le Mans, col fatto che girano le macchine, in certi punti è un po’ difficile gestire. Però sono molto contento e poi è stata veramente una sensazione incredibile: prima dell’ultimo giro ho iniziato anche a piangere perché non sapevo se stessi sognando o se fosse una cosa vera, mi sono veramente emozionato; poi, per fortuna, sono arrivato alla bandiera a scacchi, è stata una figata atomica”, ci racconta una volta arrivato al media scrum.
Dopo la pioggia le condizioni erano al limite e, infatti, all’ultimo giro nella testa c’era solo una cosa: “Ho pensato: ‘Non voglio cadere, non voglio cadere’. Nel dashboard abbiamo la possibilità di vedere il distacco da quelli dietro, avevo visto che il team mi dava sempre più o meno lo stesso, però stavo cercando anche di andare a prendere Fernandez perché ne avevo un pochettino di più. Ho detto: ‘Cavolo, se faccio secondo è meglio di terzo, no?’. Però per andarlo a prendere ho preso due o tre rischi e ho pensato: ‘No, è meglio di no, voglio portare a casa il terzo posto’. All’ultimo giro ho detto: ‘No, fermo, piano, vai piano’. È stato complicato, però bello, bello, bello”.
Un attimo dopo, quando gli chiediamo cosa significasse per lui questo podio, Matteo è chiaro: “Lo definirei come un nuovo punto di partenza perché comunque è vero che sono andato forte, però è stato sul bagnato, quindi si sono un po’ rimescolate le carte. Sull’asciutto eravamo competitivi, ma lo erano anche tutti gli altri. Già da Austin mi sto trovando sempre meglio con me e con la moto. Purtroppo, dopo l’infortunio sto avendo molte rogne soprattutto a livello di peso, non riesco a perderne e in Moto3 fa la differenza. Quindi devo cercare delle aree dove posso rubare qualcosa agli altri. Per esempio, anche con il mio compagno di squadra che va molto forte: lui è piccolino e riesce a guadagnare in alcuni punti non gratuitamente, però quasi”.
Dopo l’infortunio è stato un percorso tutto in salita e, come scritto prima, non solo a livello fisico: “Mi sto liberando. Sto lavorando tanto anche a casa, è servito un percorso soprattutto psicologico. Quello lì è stato il di più, perché per le fratture purtroppo mi sono fatto male tante altre volte, quindi già sapevo che sarei tornato a posto, però è stato più dal lato mentale. Adesso stiamo andando abbastanza bene, cerchiamo di proseguire così”.
Poi, ecco un’altra lezione ai colleghi. Gli chiediamo di una possibile dedica, lui non ci pensa un attimo: “Se posso dire, sono stato bravo, non ho mollato. Dopo l’infortunio dell’anno scorso, è vero che sono ritornato a correre, però forse non ero ancora al 100% ed è stata una cosa troppo rapida. L’ho fatto perché non volevo perdere la possibilità di inseguire il mio sogno. Quindi vorrei dedicarmelo a me e ovviamente anche a tutte le persone che mi hanno aiutato, perché se ci fossi stato solo io sarei a casa a mangiare i popcorn”.
Infine, c’è spazio anche per una riflessione sul long lap che, forse, gli è costato la vittoria: “Infatti, cavolo. Però sinceramente non pensavo di prenderlo, quando ho fatto il taglio ho lasciato passare Carpe, pensavo di aver già perso un secondo. Però, probabilmente, invece di un secondo ho perso 8 decimi, e lì, anche se perdi 0,999, te lo danno. Purtroppo il regolamento è così, dobbiamo ascoltarlo”.
Chiaro, lucido e anche diretto: a Le Mans Matteo Bertelle ha detto tutto quello che i piloti di solito non dicono. E ascoltarlo è stato bello proprio per questo.