Mohammed Ben Sulayem ha dimenticato che la Federazione non è una dittatura. Alla fine del 2025, l’emiratino è stato rieletto presidente della FIA per un secondo mandato, battendo senza nemmeno competere candidati come Carlos Sainz Sr. e Tim Mayer, entrambi intenzionati a correre per la presidenza con l’obiettivo di rendere la Federazione più democratica. Ma quelle stesse elezioni non sono state esattamente un modello di trasparenza: Laura Villars, un’altra candidata, ha fatto causa alla FIA sostenendo che le regole fossero costruite apposta per impedirle di soddisfare i requisiti di candidatura.
Tra questi, l’obbligo di nominare vicepresidenti da tutti i continenti attingendo a una lista approvata dalla stessa FIA, lista in cui, per il Sud America, figurava una sola persona: Fabiana Ecclestone (sì, è la moglie di Bernie), che aveva già dichiarato il suo sostegno a Ben Sulayem. Roba che, se la racconti a qualcuno che non segue il motorsport, fatica a crederci.
Non contento della vittoria, Ben Sulayem adesso vuole cambiare le regole. Nello specifico, vuole abolire il limite massimo di tre mandati previsto dagli statuti federali e sostituirlo con la possibilità di essere rieletto all’infinito. La proposta verrà portata all’Assemblea Generale della FIA il 26 giugno a Macao. E, stando a quanto riporta la BBC, avrebbe già i numeri per far sì che il provvedimento passi, forte soprattutto del supporto delle federazioni minori.
Per capire cosa significa tutto questo, però, serve fare un passo indietro: oggi un mandato FIA dura quattro anni, tre mandati fanno dodici anni totali. Ben Sulayem è in carica dal 2021, è stato rieletto nel 2025 e sarebbe già eleggibile per un terzo mandato. Ma evidentemente non basta. Con la nuova regola, potrebbe restare lì finché vuole, o finché ha i voti per farlo, senza che nessuno statuto possa fermarlo.
La giustificazione ufficiale? “Non mi sembra che tre anni in una federazione complessa come la FIA siano sufficienti”, aveva detto lui stesso al momento della rielezione. Peccato che stia parlando di tre mandati da quattro anni ciascuno, non di tre anni. Quindi o ha sbagliato a fare i conti, o preferisce non fare i conti.
Una misura che si affianca ad altre due proposte. La prima prevede l’introduzione dell’obbligo, per i candidati alla presidenza, di dimostrare una “sufficiente esperienza come membro della FIA o di un organismo collegato alla FIA”. La seconda riguarda invece le tempistiche elettorali: il termine entro il quale presentare una candidatura verrebbe raddoppiato, passando da 49 a 100 giorni prima della data delle elezioni. Proposte che, inevitabilmente, ne rafforzerebbero la posizione.
Il problema non è solo politico, ma soprattutto di metodo. Ogni organismo che si autoregola e che ha il potere di cambiare le proprie regole per adattarle a chi è al comando è, per definizione, un sistema chiuso. La FIA governa la F1, il WRC, la Formula E e decine di altri campionati internazionali. Decide sui regolamenti tecnici, sulle sanzioni, sulle licenze. Insomma, ha un potere enorme. E quella concentrazione di potere ha senso — o almeno ne ha di più — se chi la esercita sa che ha una data di scadenza. Togli la data di scadenza e cambia tutto.
Ben Sulayem, nel suo secondo mandato, non è esattamente partito con il piede giusto in termini di consenso interno. Diversi funzionari di alto livello hanno lasciato la federazione negli ultimi anni, alimentando la lista degli addii. Le tensioni con Liberty Media, proprietaria della F1, sono state costanti e pubbliche. La gestione di alcuni episodi in pista — le politiche dure contro le parolacce dei piloti, le multe, le polemiche arbitrali — ha sollevato più di qualche dubbio.
Non è il curriculum di chi arriva a dire “ho bisogno di più tempo” da una posizione di autorevolezza indiscussa. E invece è esattamente quello che sta facendo. Non sta chiedendo più tempo perché le cose stanno andando benissimo e sarebbe un peccato fermare un progetto ben avviato. Sta chiedendo più tempo perché può farlo, perché ha i voti nei posti giusti e perché nessuno, al momento, sembra in grado di fermarlo. Sono due cose molto diverse.
La FIA non è una dittatura. Ma se il presidente cambia le regole per restare, vince le elezioni con un sistema che rende difficile candidarsi contro di lui e si assicura il supporto dei membri più piccoli che dipendono dalla federazione per la propria sopravvivenza istituzionale, a quel punto la parola “dittatura” diventa sempre più ingombrante. Qualcuno glielo ricordi.