Matteo Berrettini è entrato sul Campo Centrale degli Internazionali BNL d'Italia per primo. Lo ha fatto con deferenza, con la speranza di trarre dal pubblico di casa la forza per uscire dalle sabbie mobili, con la segreta paura che qualcosa si sia rotto per sempre. Se è per sempre non possiamo saperlo e non ce lo auguriamo, ma Matteo Berrettini al primo turno a Roma ha perso. Contro Alexei Popyrin, australiano che sulla terra rossa fa fatica — uno che prima di arrivare a Roma non vinceva in un Masters 1000 dal Cincinnati dello scorso anno. Uno che era in crisi. Eppure è bastato.
Il risultato è stato 6-2 al primo set, poi il secondo è scivolato via tra le proteste e la frustrazione. Nel primo game del secondo set, Berrettini si è avvicinato alla giudice di sedia per chiedere la ripetizione di un punto: dalla racchetta di Popyrin era saltato un gommino che aveva distratto e condizionato l'azione dell'azzurro. Una discussione accesa, il pubblico che protestava con lui, e poi la sentenza: punto negato. Berrettini si è avviato verso la linea di fondo scuotendo la testa, mentre i fischi degli spettatori accompagnavano una decisione che non è andata giù a nessuno. In conferenza stampa ha ammesso che quel game aveva un peso enorme. Ha spiegato che in quei momenti stava avendo fiducia ed energia, che era il classico game in cui ti metti in carreggiata. E che si è innervosito.
C'è una frase che Matteo ha detto qualche settimana fa, dopo l'eliminazione al primo turno a Madrid contro il croato Prizmic, che vale più di qualunque statistica. Aveva detto che quando è arrivato al suo massimo è iniziato a cadere un po' il castello. Il castello. La torre più alta è stata Wimbledon 2021, la finale contro Djokovic, il mondo intero che scopriva un italiano capace di competere sui campi dell'erba inglese, prima di Sinner e Musetti. Era lassù, in cima. E poi il fisico ha ceduto, gli infortuni si sono moltiplicati, e ogni volta che provava a tornare il castello era un po' più basso.
Aveva anche confessato qualcosa di ancora più profondo: il suo problema non è più il corpo, che pur lo ha privato di molto in carriera, ma la mente. La costante paura dell'errore che frena il braccio che un tempo era un martello. La fine di quel sano gusto della competizione che si trasforma in costante giudizio.
A Roma, oggi, il gusto non c'era. Lo ha detto lui stesso: "C'è tristezza e delusione per una partita a cui tenevo. Non sono riuscito a gestire il mio avversario e le emozioni, e il livello del mio tennis ne ha risentito." E poi quella frase sul pubblico, che fa stringere il cuore: "Il rammarico è non essere riuscito a godermi appieno l'atmosfera e l'energia di Roma." Il Centrale lo aspettava. La gente lo aspettava. Ma lui era bloccato da qualcosa che non si vede e non si cura con il ghiaccio sulla spalla. "L'energia è legata alle emozioni e allo stato d'animo — ha spiegato — e quando sei bloccato è difficile farsi aiutare dal pubblico. Non sono riuscito a tenere quel tipo di energia e cattiveria che mi caratterizza." La cattiveria. Quella che aveva sul prato di Wimbledon. Quella che lo faceva sembrare invincibile. Oggi era lontanissima.
E adesso? Adesso Berrettini è fuori dalla top 100. Ha chiesto di non pensare ai prossimi tornei. "Lasciatemi nella mia tristezza, nel mio dispiacere." E poi: "Ho bisogno di fare chiarezza con me stesso. Mi serviranno un paio di notti da solo, devo far uscire certi miei pensieri." Nessuna scusa, nessun rimprovero, tanta umanità per un gigante che è riuscito a sfiorare il cielo per poi precipitare. Adesso qualche serata con i propri pensieri, di quelle che non riesci a dormire e ti rigiri nel letto. E poi, forse, ripartiamo. Speriamo davvero.