L'ottava tappa del Giro d'Italia di quest'anno, per qualcuno, non sarà una tappa qualunque. Perché Giulio Pellizzari, marchigiano di Camerino, torna nelle sue Marche con la carovana rosa. Non è la prima volta, era già successo nel 2024 e nel 2025, ma quest'anno c'è qualcosa di diverso nell'aria, qualcosa che pesa e profuma insieme. Dieci anni dal sisma che ha spezzato in due la vita del centro Italia. Dieci anni da quelle macerie che Giulio Pellizzari si porta come macigni sulla schiena durante le salite in bici. Perché non rappresenta sé stesso o la sua squadra, rappresenta l'orgoglio di un popolo ferito e, per gran parte, abbandonato. Giulio aveva dodici anni. E nelle scorribande in bici da bambino, il centro di Camerino era sempre il traguardo: quella salita da fare in piedi sui pedali, il fiato corto, l'arrivo davanti a tutti come fosse già una vittoria.
Di quella città rimangono le cicatrici. Di quel bambino rimane la faccia pulita e la voglia di scollinare davanti a tutti. Perché Pellizzari ha il sorriso genuino di chi ha scelto di dedicare la sua vita a uno sport infame: “Mi piace divertirmi – ha dichiarato - Non pianifico ogni metro. Quando sento che è il momento giusto, attacco. Il ciclismo è fatica, ma anche gioia. Cerco sempre di godermela”.
In un ciclismo italiano immobile e stantio Giulio Pellizzari è arrivato come una folata di vento che spalanca la finestra. Nel 2024 ha tagliato per primo il passo Sella, la cima Coppi, il tetto del Giro. Lo scorso anno ha iniziato come gregario di Roglic, lo ha servito fedelmente, poi quando lo sloveno ha ceduto si è guadagnato sulla strada i gradi del capitano. Quest'anno, alla Tirreno-Adriatico, la sua Camerino è stata insieme carezza e schiaffo: sul muro verso piazza Cavour ha perso definitivamente la corsa in favore di Isaac Del Toro, il messicano che è già il suo rivale-amico di sempre. Ora al Giro si può prendere una rivincita. Non sarà l'arrivo a Fermo a decidere il Giro, ma arrivarci in rosa avrebbe per lui un sapore che va oltre il ciclismo. Il dolce del ritorno, l'amaro di una terra martoriata.
E poi c'è l'altro anniversario, quello sportivo: dal 2016, anno di Vincenzo Nibali, nessun italiano ha più vinto il Giro. Un decennio di attesa, di speranze deluse, di promesse rimaste a metà strada. Pellizzari è forse il primo, in tutto questo tempo, che sembra davvero poter raccogliere quel testimone. Non parte da favorito numero uno — davanti c'è Vingegaard, che ha vinto due Tour. Ma si sa, ai grandi – eccetto il più grande – negli ultimi anni il Giro è risultato indigesto. Per la prima volta Pellizzari non è più la giovane promessa. È la matura speranza, per il ciclismo italiano, per la sua terra e per quel bambino che in bici faceva slalom a tutta tra i passanti nel centro di Camerino.