Nel ciclismo gli underdog vincenti non esistono più. Tadej Pogacar ha cannibalizzato lo sport. Ha eliminato il concetto di impresa eroica, sempre che non riguardi lui. Perché quando ai nastri di partenza c'è il corridore sloveno non può che vincere lui. Era così per tutte le gare meno due: la Milano-Sanremo e la Parigi-Roubaix. Troppe poche salite, o troppo brevi, per un arrampicatore come lui. Ora, non si sa per quanto, è rimasto solo l'Inferno del Nord. Tadej Pogacar ha sfatato il tabù Sanremo. Lo ha fatto al sesto tentativo, dopo due terzi posti consecutivi. La corsa che per il campione del mondo era diventata un'ossessione. Alla Gazzetta qualche giorno fa aveva addirittura detto di preferire la vittoria della Classicissima all'ennesimo Tour de France: “Tra zero e uno c'è una differenza più grande di quella che esiste tra quattro e cinque [vittorie] o tra cinque e sei”. Il Poggio, l'ultima salita prima del traguardo di via Roma, nelle ultime settimane era diventato casa sua. Allenamenti su allenamenti, su e giù, in maniera metodica, ascetica, nella ripetizione che è il segreto della perfezione del gesto.
Ma Pogacar non ha solo vinto una delle due corse che gli mancavano, lo ha fatto scrivendo una pagina che trasuda ciclismo eroico. È caduto all'imbocco della Cipressa, la salita più dura prima del traguardo, quella dove può e deve fare la differenza per staccare i velocisti. Una caduta che spariglia le carte, rovina i piani. Parte quindi una rimonta furiosa e solitaria, sembra a bordo di una moto Tadej Pogacar mentre risale il gruppo al doppio della velocità degli altri. Poi raggiunge la testa e, come se non bastasse, scatta. Con la maglia arcobaleno, quella da campione del mondo, strappata sul lato sinistro. Si vede la pelle, ma non la fatica. Gli unici a tenere il suo passo sono Tom Pidcock e il suo eterno rivale Van der Poel, l'unico capace di impensierirlo davvero nelle classiche. Ma VDP non è nei suoi giorni migliori. Pogacar lo stuzzica con fiammate intermittenti e se ne accorge. Così, a pochi chilometri dal lungomare della città dei fiori, con le ombre lunghe del sole che sta per tramontare, Pogacar scatta di nuovo e Van der Poel crolla. Rimane solo, ancora più eroico, Tom Pidcock, fresco di trionfo alla Milano-Torino: pimpante, segue vicino e dà i cambi. È un pericolo serio. Ma per Pogacar questa corsa è diversa. Di solito è abituato a vincere di classe, a staccare tutti e arrivare al traguardo trionfante, e soprattutto solo. Le braccia larghe e l'inchino del dominatore. A Sanremo, invece, è stato costretto a tirare fuori la rabbia. Avrà ripensato a quelli che hanno detto che la Sanremo non è roba sua, che non raggiungerà Eddie Merckx, che è un cannibale sì, ma a metà. La volata di Pogacar non è stata tecnica o potenza, è stata grinta. Infatti l'ha vinta di quanto basta. Pochi centimetri che separano quello zero, che non vale niente, dall'uno che vale tutto, e in questo modo anche di più.