Ci sono persone che partecipano. Persone che vincono. E, poi, ce ne sono altre che, partecipando e pure vincendo, cambiano il limite del possibile e lasciano un segno nella storia. Tra questi ultimi, nonostante una vita passata a inseguire primati, c’era Genesio Bevilacqua. “C’era”, perché Genesio Bevilacqua non c’è più. Da ieri, 13 gennaio 2026.Ha conquistato due titoli mondiali, è la prima cosa che viene da dire. Ma sarebbe niente senza specificare che lo ha fatto da dove, teoricamente, non si vince. Da privato. Da outsider. Da uomo che amava le moto più ancora delle sue visioni e del futuro.
Bevilacqua non era nato nel paddock dorato delle squadre ufficiali. Era nato nella passione vera delle mani sporche di morca e viscide d’olio. Lì a sbagliare. Imparare. Ricominciare. Nel 2007 aveva fondato Althea Racing a Civita Castellana, lontano dai grandi centri del potere sportivo. In pochi anni quella struttura era diventata un riferimento mondiale della Superbike. Miracolo? No: metodo, intuito e rispetto per le persone messe davanti a tutto. Il 2011 resta l’anno simbolo. Carlos Checa campione del mondo Superbike con Ducati, quindici vittorie, un dominio tecnico e umano che ancora oggi è impressionante. Poi anche il titolo Superstock 1000 con Davide Giugliano.
Solo che ridurre Bevilacqua a "imprenditore" del settore ceramiche, o a tutto quello che ha vinto nel motorsport, anche se è stato tanto, significherebbe non rendere onore a un uomo che avrà pure avuto il suo carattere, ma le motociclette le ha amate veramente. Le corse come qualcosa di artigianale e colto, dove la tecnica non schiaccia l’anima. Lo dimostra il progetto Moto dei Miti, una collezione viva, pensata non per essere ammirata dietro un vetro, ma per raccontare storie. Restituire memoria. Dare senso al presente tenendo in vita il passato. Nel paddock, Bevilacqua era uno di quelli che parlano poco e non con tutti. Però giornalisti, piloti, tecnici, meccanici: chiunque abbia lavorato con lui racconta la stessa cosa: non era un padrone, era un riferimento. E in un mondo spesso drogato dall’ego e dalla comunicazione, restare fedeli alla sostanza è roba che riesce a pochi.
Negli ultimi anni, dicono quelli che lo conoscevano bene, faceva i conti con la malattia. Anche se non ne parlava. Anche se non lo dava a vedere. Anche se in testa non ha mai smesso di tenerci il futuro. Fino all’ultimo ha seguito i progetti Althea, perché di tutto quello che fai, disse una volta nell’unica intervista avuta da lui “la responsabilità la devi sentire sempre, in tutto quello che fai. Altrimenti è meglio che eviti proprio. Però se ci metti l’anima ti può mancare anche una gamba”. Era stata – quell’intervista - una decina d’anni fa, quando Bevilacqua aveva deciso, con Althea, di mettere in mano una delle sue moto a Emiliano Malagoli, della Di.Di. Onlus, quando ancora c’erano pochissimi pazzi che credevano davvero che piloti senza arti o con una qualche disabilità potessero andare forte veramente con le motociclette da corsa. Oggi, sarà pure la solita ridondante banalità che si dice quando qualcuno muore, resta un vuoto che magari neanche si credeva. Ma è un vuoto accompagnato da ciò che vale veramente: l’esempio. Si può vincere senza snaturarsi. Si può vincere senza omologarsi. Si può vincere accettando il cinismo delle corse, ma mai quello degli uomini. E, purtroppo, pure che si può andare via da questo mondo a 66 anni, col gas spalancato come in tutta la vita, ma senza fare rumore.