Dietro le imprese dei piloti di F1 non c’è solo un talento smisurato, ma anche una preparazione fisica e mentale maniacale. Siamo in Olanda e a raccontarcelo, seduti a un tavolo nell’hospitality di Red Bull e Racing Bulls a Zandvoort, è Sam Village, Performance Coach di Arvid Lindblad. L’inglese, che negli anni ha seguito anche altri piloti tra cui Daniel Ricciardo e Carlos Sainz, durante la sua spiegazione è diretto, oltre che estremamente preciso.
A colpirci è soprattutto la capacità di legare la preparazione atletica a quella mentale, grazie anche al suo background accademico sviluppato tra scienze dello sport e psicologia. Il motivo è semplice: se i muscoli vengono messi a dura prova da velocità e forze estreme, la mente è invece sollecitata da tutte quelle operazioni che il pilota deve realizzare in pista, mentre guida a più di 300 km/h senza mai perdere la propria lucidità.
Tutti aspetti che abbiamo potuto riscontrare seguendo la prima sessione di prove libere dal garage di Visa Cash App Racing Bulls, con il canale radio tra Arvid e il suo ingegnere di pista, Pierre Hamelin, dritto nelle nostre orecchie. Le indicazioni date al pilota sono tante, spesso una dietro l’altra, con la voce dell’inglese che si sente a malapena per qualche “Copy”. Fuori dall’abitacolo, poi, vale la stessa regola: da un lato ci sono gli impegni, lo stress, la pressione; dall’altro una vita “veloce”, sempre in movimento.
Dalle sue parole, quindi, è facile comprendere come dietro le quinte il lavoro sia molto più profondo, e differenziato, di quanto si possa immaginare da casa.
Cosa subisce il corpo di un pilota di F1 quando è in pista?
“È sottoposto a forze, stress e sollecitazioni enormi. Partendo dall’aspetto cardiovascolare, in macchina il pilota gira costantemente tra i 150 e i 170 battiti al minuto. Le frequenze impennano durante i duelli ruota a ruota, i sorpassi o nei momenti di gestione del traffico e dei doppiaggi. In qualifica, poi, la frequenza cardiaca è ancora più alta. Le forze G rappresentano la sfida principale, soprattutto per un pilota di 19 anni che non ha ancora maturato gli anni di esperienza necessari per costruire una resistenza progressiva. Per i piloti è uno sviluppo a lungo termine: più tempo trascorrono in macchina, più il corpo si adatta e impara a gestire questi carichi. Se sommiamo le forze G laterali e longitudinali, in staccata o in curva il casco con la testa arriva a pesare l’equivalente di circa 35 chilogrammi”.
Il tuo è un background scientifico. Quanto del lavoro quotidiano con un pilota si basa sulla scienza e quanto sull’intuito, osservando le sue prestazioni?
“Direi che tutto parte dalla scienza, da come funziona il corpo umano. Ho studiato scienze dello sport e ci sono determinati principi di allenamento da seguire quando si prepara un atleta: sono tutti basati su evidenze scientifiche. Con un programma serrato come il nostro, però, serve anche una buona dose di intuito. Inoltre, usiamo l’allenamento fisico anche per rafforzare la tenuta mentale e l’aspetto psicologico”.
Qual è la differenza tra la preparazione invernale e quella durante la stagione?
“La pausa invernale serve innanzitutto a recuperare dopo una stagione logorante, soprattutto ora che il calendario è diventato lunghissimo. All’inizio servono riposo, recupero e un po’ di tempo per staccare la spina mentalmente. La seconda parte è dedicata alla preparazione vera e propria. Il blocco di lavoro più importante per tutta la stagione si concentra a gennaio e febbraio, quando possiamo lavorare con più continuità. Preparare il corpo a sostenere gli stress e le sollecitazioni dell’intera annata avviene soprattutto in quei mesi. A gennaio e febbraio parliamo di 12-15 ore di allenamento a settimana. Durante la stagione ci attestiamo invece su 3-4 ore settimanali, a eccezione della pausa estiva, dove il carico di lavoro torna a salire”.
C’è qualcosa della preparazione di un pilota di F1 che il grande pubblico non conosce?
“Credo che molte persone pensino ancora che guidare una monoposto di F1 equivalga a stare semplicemente seduti al volante di un’auto stradale. In realtà non si ha idea di quanto sia esasperato lo sforzo fisico nell’abitacolo, dei livelli di stress che il corpo deve sopportare, delle accelerazioni centrifughe a cui è sottoposto e delle temperature spaventose che si raggiungono nell’abitacolo”.
C’è differenza tra la preparazione al giro di qualifica e quella alla distanza di gara?
“Assolutamente sì. Prima della qualifica lavoriamo moltissimo sulla visualizzazione mentale del giro secco, per preparare il cervello ad attivarsi al massimo per un singolo tentativo totalizzante. Per la gara la visualizzazione riguarda più che altro la procedura di partenza, la gestione dei primi metri e le dinamiche di corsa, non il singolo giro. L’altra grande differenza riguarda la strategia nutrizionale e di idratazione: fare un corretto carico di carboidrati e idratarsi a fondo a partire dalla sera precedente è vitale per la gara, mentre ha un impatto molto minore in vista della qualifica”.
Preparare un pilota di soli 19 anni, alla prima stagione nel Circus, rende tutto ancor più complesso. Un ragazzo che Sam ha conosciuto parecchi anni fa e che, verrebbe da dire, ha seguito quasi dal giorno 0. In quegli anni, Arvid correva ancora in kart, dando battaglia ai migliori della sua categoria tra cui Kimi Antonelli e Rafael Camara, il primo attualmente in testa al mondiale di F1 e il secondo in lotta per il campionato di F2.
L’inglese, a modo suo, è uno di quelli che ha sempre trovato il modo di stupire.
Com’è stato il suo percorso di crescita in questi anni?
“Era giovanissimo e il suo corpo si stava ancora sviluppando, in parte è così tuttora. Quando ci siamo conosciuti era un ragazzino di 13 anni con una grinta, una determinazione e una competitività fuori dal comune. Il nostro compito era assicurarci che quella determinazione avesse a disposizione una struttura fisica adeguata a sostenerla e a sopportare le sollecitazioni della vettura. È stato un percorso di crescita a lungo termine. Anno dopo anno ci siamo posti obiettivi diversi, strutturando un programma completo che comprendeva la preparazione fisica, l’allenamento cognitivo, la nutrizione e l’aspetto mentale. Abbiamo fatto un grande lavoro su questo”.
Qual è la difficoltà più grande nell’allenare un pilota di F1 di soli 19 anni?
“La gestione del calendario. Bisogna riuscire a mantenerlo in forma e farlo continuare a crescere dal punto di vista fisico, incastrando gli allenamenti tra impegni di marketing, pubbliche relazioni, weekend di gara e tutto il resto”.
Cosa ti ha sorpreso di più nella sua crescita?
“La sua forza mentale. Mi sono reso conto molto presto di come riuscisse a gestire la pressione e tutto ciò che ruota attorno a questo ambiente. È stata una delle prime cose che mi ha fatto pensare: ‘Ok, ha la testa per reggere tutto questo’. È soprattutto una dote caratteriale, anche se la preparazione fisica aiuta enormemente a rafforzare la sicurezza in sé stessi”.
Come si integrano questi due aspetti?
“È davvero complesso. È fondamentale pianificare dei momenti di stacco e di recupero all’interno del calendario, per poi distribuirli bene durante l’anno. Ogni fase della stagione ha priorità fisiche differenti. Ad esempio, quando ci avviciniamo alle gare con temperature estreme, dobbiamo preparare il corpo al grande caldo e questo richiede un lavoro specifico sulla capacità aerobica. Le priorità cambiano costantemente: a inizio stagione ci siamo concentrati soprattutto sul rafforzamento del collo e della muscolatura del busto; ora che abbiamo accumulato un po’ di gare, ci stiamo focalizzando sull’acclimatamento al calore, in vista di tappe impegnative come Singapore e Malesia”,
Quali sono le gare più difficili da preparare per Arvid?
“In termini di sforzo puro, quest’anno le più probanti saranno proprio Malesia e Singapore. Sono tracciati estremamente tecnici e probanti sul piano psicofisico, resi ancora più duri dal caldo torrido e dall’umidità. Se non ci si arriva preparati al massimo, il rischio è quello di andare incontro a un vero e proprio crollo fisico e di lucidità in gara”.
Quali sono gli esercizi che soffre di più?
“Per Arvid le sessioni di allenamento al caldo/indoor sono davvero dure. Anche i lavori intermittenti ad alta intensità (HIIT) sono un bell’ostacolo per lui e rappresentano una vera sfida. Cerchiamo sempre di inserire una componente di sofferenza in ogni allenamento, proprio per abituarlo a spostare l’asticella del limite sempre un po’ più in là”.
C’è poi un altro aspetto da non sottovalutare. Questo riguarda l’alimentazione, di per sé rigorosissima per ciascun pilota: Arvid è celiaco, il che significa un’attenzione ancor maggiore ogni giorno, visto che non può assumere glutine in nessuna forma. Il suo piano nutrizionale, quindi, deve tener conto necessariamente anche di questa condizione.
Come questa esigenza ha stravolto il modo in cui gestisci l’alimentazione di Arvid?
“Fin dal primo giorno abbiamo dovuto riorganizzare da zero la sua dieta per assicurarci che fosse rigorosamente gluten-free. Lavoriamo a stretto contatto con la Red Bull e con il loro centro di preparazione in Austria. Ci appoggiamo a un nutrizionista sportivo eccezionale che ci aiuta a pianificare ogni singolo pasto. La gestione deve essere maniacale: Arvid non può assumere glutine, in nessuna forma. E lui è super disciplinato su questo. Certo, come tutti i ragazzi ogni tanto si concede uno strappo alla regola con un gelato o un dolce adattato, ma grazie al supporto del nostro nutrizionista riusciamo a gestire tutto senza intaccare le prestazioni”.
Guardare Arvid da vicino per tutto il fine settimana rende evidenti le parole di Sam: considerare i piloti come semplici “guidatori” è un errore che non appartiene al motorsport moderno. Anche per un ragazzino di 19 anni, immerso in una F1 così esasperata, il talento è solo il punto di partenza; il resto è una preparazione atletica e mentale da professionista assoluto.