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13 settembre 2026

È Sabalenka show alla finale degli US Open: racchette rotte e un ‘f*ck off’ in camera: la complessa arte del saper perdere

  • di Francesca Zamparini

13 settembre 2026

Elena Rybakina batte Aryna Sabalenka 6-4, 5-7, 6-2 e diventa per la prima volta regina egli US Open. Non una finale come le altre: alle estremità della rete la nuova numero uno e colei a cui è stato sottratto lo scettro. Due mondi speculari, manuali decisamente differenti per gestire le difficili emozioni del tennis. Nella sconfitta, la bielorussa se la prende con la propria racchetta e con la telecamera, mentre la kazaka festeggia il titolo con la sobrietà che la contraddistingue. Così, il primo epilogo newyorkese ci ha mostrato, una volta ancora, la spinosa arte del saper perdere
È Sabalenka show alla finale degli US Open: racchette rotte e un ‘f*ck off’ in camera: la complessa arte del saper perdere

Che Aryna Sabalenka abbia un carattere frizzante non è mai stato un segreto. Il fatto è che, ad un certo punto, l’irruenza emotiva comincia a scricchiolare sotto il peso delle aspettative. Non solo un aspetto fisiologico, ma anche e soprattutto una chiave per assalire i momenti più duri. Così, arriva la finale dello US Open, banco di prova per la Tigre bielorussa e il suo temperamento, dato che non solo la raggiunge all’alba della seconda posizione in classifica mondiale, ma lo fa affrontando colei che l’ha spodestata dalla vetta dopo 99 settimane di regno. La sconfitta per mano di Elena Rybakina arriva dopo due ore e 21 minuti, un risultato frutto dalla maestria e dalla compostezza della ventisettenne kazaka che, a differenza dell’avversaria, pare non farsi toccare dal men che minimo accenno di negatività.

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Un post condiviso da Eurosport Polska (@eurosportpl)

Il paragone tra le due non nasce di certo oggi, è la coda di una rivalità che va avanti ormai da un po’, ma è oggi più che mai - dopo l’epilogo sull’Arthur Ashe - che questo confronto ottiene la sua convalida. Un gioco aggressivo, dove la potenza si scontra con mobilità e profondità, ma anche e soprattutto una mentalità speculare che vede l’insofferenza della bielorussa sfociare nell’imperturbabilità della kazaka. A fine match, Aryna Sabalenka scaglia a terra la propria racchetta, la fa saltare sul cemento mentre procede verso la rete per il saluto finale. Una volta seduta, si premura di romperla. Qualche momento dopo, in attesa della premiazione, un cameraman viene invitato ad allontanarsi con un regale fuck off. Non è la prima volta che una battuta d’arresto porta Sabalenka ad attuare dei comportamenti quantomeno discutibili (e a tratti memorabili), il suo “Voglio solo andarmene, ubriacarmi e dimenticarmi del tennis” dopo la sconfitta al quarto turno di Wimbledon è da annali. Eppure, la sensazione è che l’arte di perdere sia sempre più destinata a una ristretta cerchia di eletti. Con bassissime possibilità di ammissione.

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Perdere non fa piacere a nessuno. Per un attimo, può sembrare che nulla abbia più senso, che si cancelli il lavoro di una vita. I fuoriclasse, però, raccolgono i resti di quello che è stato e ripartono da capo. Certo, la formula non è uguale per tutti, sta nel saper dosare accettazione, sofferenza e bile. Poi se ci si sta giocando tutto, se quel tutto sfugge per un soffio, rompere racchette può essere un metodo di sfogo decisamente contemplabile. Il Roland Garros perso da Jannik Sinner lo scorso anno, per esempio, se solo l’altoatesino (e noi tutti) non avesse trasceso la dimensione della rabbia, per affogare direttamente in quella del dolore viscerale.

Non stiamo dicendo che Aryna Sabalenka debba frenare la sua natura. Sappiamo quanti prima di lei, addirittura un giovanissimo Roger Federer, si siano liberati così. Ma viene da chiedersi: dove finisce l’impeto tollerabile? E dove comincia la monotona veemenza?

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