Davvero preferireste girare un TikTok a bordo campo invece di assistere a un incontro di uno Slam? Questa è la normalità per chi, di professione, fa l’influencer e di tennis non ne capisce assolutamente nulla. Inviti elargiti a personalità di spicco del mondo social, partnership e sponsorizzazioni che guardano al guadagno e alla vetrina piuttosto che alla vera natura del gioco. Con il pass dedicato ai content creator, la United States Tennis Association ha fatto al tennis di Flushing Meadows tanto un favore quanto uno sgarbo. Basta un cameraman e il gioco è fatto, se non fosse che questi video vengano girati quando il gioco, quello vero, è nel vivo.
Appena qualche giorno fa, l’arbitro Kader Nouni aveva fermato l’azione per richiamare alcuni spettatori che si erano alzati nel mezzo di uno scambio, durante il match tra Naomi Osaka e Anastasia Zakharova. Le voci delle protagoniste non si sono lasciate attendere, con la tennista giapponese che non ha nascosto il suo disappunto: “Ritengo sia una semplice questione di cortesia informarsi sullo sport a cui si sta assistendo, anche per quanto riguarda le regole di comportamento. È positivo che le persone contribuiscano a far conoscere e diffondere il tennis presso il proprio pubblico, ma credo che la situazione debba essere gestita molto meglio”. Della stessa idea la beniamina di casa Coco Gauff: “Credo che sia una questione di rispetto, come in qualsiasi altro luogo bisogna conoscere e seguire le regole del posto in cui ci si trova. Una cosa, però, è certa: durante i punti, niente flash. Sono una fonte di distrazione. L'Arthur Ashe è molto rumoroso, quindi sono abituata, ma non è proprio il massimo sentire qualcuno canticchiare canzoni di TikTok nel bel mezzo di un punto”.
Boston George, sei tu?
Durante il match contro Kamilla Rakhimova, Aryna Sabalenka ha dovuto fermare il gioco per un motivo che va ben oltre il tennis. In tribuna, infatti, alcuni spettatori avevano ritenuto che fumare erba fosse un’idea eccezionale, lì dove gli atleti non stanno solo intrattenendo, ma compiendo il proprio lavoro. La tennista bielorussa si è avvicinata alla giudice di sedia, comunicandole che l’odore a fondo campo fosse molto forte. Un comportamento inammissibile, ma del resto non una novità per lo slam newyorkese, già contrassegnato da lamentele non solo nei giorni scorsi ma anche nelle passate edizioni. L’USTA, nel frattempo, monitora la situazione, promettendo massima attenzione alla sicurezza di tutti. Di seguito le parole della regina del ranking: “Dicevo, ragazzi potete fare quello che volete, potete fumare quello che volete, rilassarvi, ma per favore, non fatelo vicino ai campi da tennis. È un po' complicato sopportare quell'odore mentre cerchi di giocare al meglio. Chiedo solo alle persone di non fumarla vicino al campo”. Poi aggiunge: “L'odore era forte, anche perché c'era vento. Non so se provenisse dalla folla o dall'esterno, perché il vento soffiava dentro lo stadio. Spero solo che si crei maggiore consapevolezza sulla questione”.
Party Hard in NY
La notizia arriva da Ben Rothenberg, sul blog ‘Bounces’: la International Tennis Integrity Association sta investigando su una festa organizzata da Dave Grutman, in collaborazione con DraftKings, azienda americana di cui è partner e specializzata nel settore dell’intrattenimento sportivo digitale, delle scommesse e del gioco d’azzardo online. Insomma, un cocktail non proprio digeribile, soprattutto per i presenti all’evento, macchiati ora dalla correlazione con un marchio di scommesse. Parliamo di Aryna Sabalenka, Serena Williams, Coco Gauff, Mirra Andreeva, Taylor Fritz, Matteo Berrettini, Alexandra Eala e Anna Kalinskaya. Rothenberg fa notare come ai giocatori non sia permesso entrare in contatto con realtà riconducibili alle scommesse, perché in contrasto con il programma di anti-corruzione del tennis. La presenza all’evento e le foto scattate in quell’occasione potrebbero aver violato le normative, nonostante DraftKings non abbia effettuato alcun pagamento per garantire la partecipazione di cui sopra.
Il ritorno libertino di Carlos Alcaraz: manicure e capezzoli
Lo aspettavamo ed è arrivato, senza deludere le aspettative. Carlos Alcaraz avanza nella propria parte di tabellone come se il polso non se lo fosse mai infortunato. Sia chiaro, non è il miglior Alcaraz, per quello dovremo aspettare ancora un po’, ma le sensazioni del murciano sono buone. Direzione? Terzo US Open. Non solo un rientro di qualità tennistica invidiabile dopo oltre quattro mesi di stop forzato, Carlitos si presenta anche in grande stile, letteralmente. Il completo Nike firmato Travis Scott presenta un dettaglio che ha fatto il giro del mondo e che stringe la mano al movimento #freethenipple. Sui toni del marrone e del bianco, la canotta è così smanicata da rivelare i capezzoli dell’ex numero uno. Ieri però, in occasione del match contro Wu, ha fatto il suo debutto una canottiera bianca aderente, indossata sotto a quella ufficiale. Come a dire che sì, Carlos ha visto e letto tutto in merito. In conferenza stampa gli viene chiesto se sarà una costante e lui, in tutta franchezza e con un pizzico di ironia, ha risposto: “Ho mostrato abbastanza i miei capezzoli, ho pensato fosse giusto coprirli. Mi trovo bene così, la terrò”, parlando della soluzione a due strati. Non solo pettorali, un utente sui social ha voluto condividere con il mondo la sua repulsione per le unghie dello spagnolo. In un video in slow motion dell’incontro disputato ieri, lo zoom ci delizia con un primo piano della manicure di Alcaraz che, ad essere sinceri, è tutto fuorché sgradevole. Ma si sa, i gusti sono gusti e sui social la franchezza non fa sconti a nessuno.
Insomma, alla faccia di Wimbledon. Viene spontanea associare, per contraddizione, lo Slam della Grande Mela a quello londinese, non solo perché opposti da un punto di vista geografico, ma anche e soprattutto per la loro natura. Riflesso senza sconti della società e dalla tradizione dalla quale traggono sostentamento. Da una parte, la capitale inglese, simbolo inequivocabile di bon ton e rigorosa etichetta. Dall’altra, la città che non dorme mai, anima eclettica e caotica. Alle fragole con panna, il bianco d’obbligo e un manto frutto di una cura maniacale, si oppongono con forza giochi di luci, street style e cemento. L’unicità della metropoli ai poli opposti di una scala e applicata al mondo della racchetta. Come sul campo i protagonisti ci mostrano che il gioco può assumere forme diverse, così ciò che lo circonda ci ricorda che non esiste una sola ricetta per viverlo. Certo è che, per i puristi, è sempre più difficile accettare un Arthur Ashe che strizza sempre di più l’occhio a uno stadio di football americano. A una qualsiasi Avenue di svago e allo sfondo perfetto di un balletto su TikTok. Ma, del resto, cosa sarebbe lo sport senza un minimo di sfida? Forse il punto non è decidere quale delle due anime abbia ragione, ma capire come possano convivere. Capire fino a dove ci si possa spingere senza perdere di vista quella che, alla fine, resta la cosa più importante: il gioco. Se per far conoscere il tennis c’è bisogno di trend da Gen Z, ben venga, purché si rispettino le regole comportamentali. Tanto poi, a parlare, sarà sempre e comunque il campo.