Ferrari ci ha provato, ma a vincere sono stati i tifosi, oltre che noi. È martedì, sono le 18 circa: sul sito web della Reggia di Monza appare una notizia piuttosto inusuale: mercoledì 22 aprile la porzione ovest del Parco di Monza resterà chiusa tutta la giornata per un “evento motoristico privato”. L’evento in questione è il filming day della Scuderia, che più che un’attività promozionale è un test a tutti gli effetti. A Miami, prossimo round del mondiale, Ferrari ci arriverà con una SF-26 piena di aggiornamenti, che proprio a Monza verranno testati. Nonostante l’ordinanza, decidiamo di andarci.
Il giorno dopo la sveglia suona presto, 7 in punto. Ci prepariamo e, con il solito zaino in spalla, ci incamminiamo verso la stazione di Milano Porta Garibaldi. Lì abbiamo un treno che in una ventina di minuti ci porterà alla stazione di Monza, dove poco dopo saliremo su un normalissimo autobus di linea fino all’autodromo. I chilometri sono pochi, ma tra treno e bus per arrivare a una delle porte del circuito, quella di Vedano al Lambro, ci impieghiamo un’ora e dieci.
L’autodromo è barricato, tutti i gate principali sono presidiati dagli addetti alla sicurezza. Il passaggio è bloccato, ma poco più in là c’è una recinzione in rete da cui si intravede l’uscita della parabolica e una piccola parte del rettilineo principale. Davanti a noi ci sono già una cinquantina di tifosi che, man mano che il tempo passa, diventano sempre di più. Passa un’ora, sono le 10.30 circa quando il silenzio del parco viene rotto dall’accensione della SF-26 che scende in pista con Leclerc al volante.
La sentiamo partire finché il sound non va via via scemando quando la monoposto raggiunge la parte opposta del tracciato. Poi, qualche secondo dopo, Leclerc arriva in parabolica ma rallenta, prendendo la via dei box. La Ferrari, quindi, per adesso l’abbiamo solo sentita mentre davanti a noi un marshal posiziona la sua Ford Fiesta davanti all’unico squarcio di pista visibile. La reazione di chi ci circondava è come da copione: “Spostati, spostala, facci vedere”.
La Fiesta, però, rimane lì. Poco dopo Leclerc torna in pista, completa un giro e della SF-26 - a occhio nudo - riusciamo a intravedere soltanto un piccola porzione di retrotreno. Quella, quindi, non era la postazione giusta dove passare la giornata. Nel mentre conosciamo un ragazzo, uno di quelli del posto: viene da Desio, uno dei comuni che circondano l’autodromo. Ci incamminiamo insieme alla ricerca di un buco, una rete da cui sbirciare. Decidiamo di muoverci verso il rettilineo che, dall’uscita delle Ascari, porta in parabolica.
La camminata è lunga, di tanto in tanto proviamo a infilarci tra le piante per cercare uno spazio che, però, ancora non c’è. Percorriamo al contrario tutta la parte alle spalle della vecchia soprelevata, tra tronchi, piante e spine da evitare. La pista è in linea d’aria soltanto a qualche metro di distanza, tant’è che sentiamo Leclerc continuare a girare. Mentre camminiamo uno steward ci passa davanti, poi si ferma da un collega: temevamo ci volesse mandar via, in realtà gli stava solo dicendo di far attenzione ai tifosi che giravano video perché Ferrari gliene aveva già segnalati un paio andati virali in un attimo.
Dopo quasi una mezz’oretta, ecco il buco nella rete di recinzione che cercavamo: ci infiliamo, facciamo lo slalom tra gli alberi e, finalmente, un piccolo spazio. Ci sono già un papà con il figlio, due ragazzi arrampicati su un albero e un altro papà con il proprio bambino sulle spalle. Chiediamo se potessimo rimanere, la risposta è dolce e quasi inaspettata: “Per vedere la Ferrari ci si stringe”, pronunciata con accento brianzolo abbastanza marcato.
Passano i minuti, Leclerc ci sfreccia davanti, questa volta lo vediamo piuttosto bene. Quindi, obiettivo raggiunto. La cosa più bella, però, è che basta qualche battuta e un giro di presentazioni per diventare tutti amici: la Ferrari unisce, specie all’ora di pranzo davanti a un buon panino portato da ognuno.
Tra le risate e qualche discorso più approfondito passa anche il pomeriggio, quando è Hamilton a girare. Rimaniamo in quattro: il sottoscritto, il ragazzo conosciuto poche ore prima e la coppia padre figlio, 47 e 18 anni ciascuno.
Tale Marco, dopo aver visto Sir Lewis passare per quello che sarebbe stato il suo nono o decimo giro, ci guarda e fa: “Cara Ferrari, puoi anche blindare l’intero parco che tanto, alla fine, il tifoso vero la soluzione la trova lo stesso”. Decidiamo all’istante: diventerà il titolo del nostro racconto.
Alla fine così è stato: prima di tornare a casa distrutti, con il contapassi che segna 17 chilometri, mentre aspettiamo l’ennesimo bus pensiamo che, nonostante qualche sforzo, l’obiettivo è stato raggiunto. La Ferrari l’abbiamo vista, magari non dal posto più comodo, ma va bene lo stesso. E come noi, lo stesso hanno fatto tantissimi ragazzi, famiglie, giovani e pure anziani. Perché alla fine, la Ferrari è proprio questo. Anche quando sembrerebbe impossibile, unisce. Ecco perché è più speciale delle altre squadre.