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4 luglio 2026

Wonderwall è il vero inno di questo Mondiale e gli inglesi hanno smesso di essere hooligan. Sessant'anni dopo, i leoni ruggiscono senza arroganza (e fanno più paura)

  • di Gianni Miraglia Gianni Miraglia

4 luglio 2026

Cinquantamila voci che cantano Wonderwall degli Oasis sono diventate l'immagine più vera di questo Mondiale. Mentre l'Italia resta ferma a tamburi, petardi e cori razzisti, gli stadi inglesi si sono trasformati in un'esperienza culturale che ha lasciato alle spalle lo stigma dell'hooliganismo. E la squadra, con la sua nuova umiltà, sembra finalmente pronta a meritarsi la coppa che insegue da sessant'anni

Foto di: Ansa

Wonderwall è il vero inno di questo Mondiale e gli inglesi hanno smesso di essere hooligan. Sessant'anni dopo, i leoni ruggiscono senza arroganza (e fanno più paura)

Smettetela di odiare la Perfida Albione e iniziate a cantare. Unitevi a quelle cinquantamila gole che all'unisono intonano Wonderwall degli Oasis, ormai l'inno più emotivo di questi Mondiali. Unirsi a quel coro significa celebrare la fiera e malcelata malinconia che ci portiamo dietro. Un senso di appartenenza che non ha bisogno di marce militari o di retorica nazionalista: dal God Save the King al Siam Pronti alla Morte. Lunga vita a Wonderwall, la hit che tutti sanno almeno fischiettare, anche io che detesto il culto MTV degli Oasis: Wonderwall è il rifugio collettivo in cui l'importante non è essere perfetti, ma far parte di un insieme: "And after all, you're my wonderwall!!!!". C'è del romanticismo in questa vulnerabilità sbandierata a torso nudo sotto il sole cocente d'America-Messico-Canada, che comprova l'esperienza mistica che anima le curve britanniche. Diciamoci la verità, mentre noi in Italia siamo ancora rimasti ai tamburi, ai petardi lanciati contro il settore ospiti e agli insulti razzisti di quart'ordine, i loro stadi – dall'Inghilterra alla Scozia, passando per il Galles – si sono trasformati in una straordinaria esperienza culturale. Anzi, come dicono i più accademici: subculturale. I cori d'Oltremanica sono il cuore che batte, paradossalmente nel calcio più ricco del mondo, in cui si sfidano squadre blasonate che non sono altro che giocattoli appartenenti a sceicchi e fondi di investimento. Ma quei cori sono reali, spontanei e gratis. Non c'è città o sperduto club di League Two che non abbia un repertorio capace di far impallidire i nostri soliti, monocordi "chi non salta" o addirittura il turbo-revival dei Ricchi e Poveri. Lì il tifo è teatro, è satira sociale applicata ai novanta minuti. Un'ironia tagliente che si apprende nei pub, capace di ridere prima di tutto dei propri fallimenti e poi dei difetti degli avversari. Ed è qui che casca l'asino di certo nostro pregiudizio. Abbiamo passato quarant'anni a dipingere i britannici come i barbari del football, gli inventori dell'hooliganismo. Bene, che i media aggiornino il software: quel mondo non esiste più. I nuovi hooligan oggi pullulano nelle gradinate d'Italia e del resto d'Europa, tra lame, piazze di spaccio gestite dai clan nelle curve e desolanti patti di non belligeranza tra ultras e società sotto ricatto.

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Certo, l'Inghilterra ha fatto i compiti a casa. Per eliminare la violenza, ha semplicemente gentrificato il calcio, trasformando i templi popolari in teatri per ricchi. Ha alzato i prezzi dei biglietti a livelli astronomici, cacciando la vecchia working class, o meglio, i "Cannon fodder", coloro che un tempo erano la carne da cannone dell'Impero: rimpiazzati dall'upper class e dai manager del centro città. Eppure, nonostante l'innesto forzato, il tifo si è reinventato nei pub e nelle trasferte, salvando una forma di poesia viscerale che ora segue anche la Nazionale. In questi Mondiali emergono sempre di più quel coro e quella squadra che a fine partita si unisce a quelle parole. Undici leoni che a questo giro emanano un'inedita umiltà. L'Inghilterra ha finalmente capito come si affronta una partita da dentro o fuori. E, affrontando il Congo, l'ha dimostrato chiaramente: ha giocato coesa e credendoci, con quella sana paura di non farcela, e alla fine ha vinto grazie al capolavoro di Kane. Hanno smesso di peccare di hybris. Avete fatto caso a una cosa? Non cantano quasi più quel tormentone sul sogno infranto e un po' iettatorio che era "It's Coming Home". Hanno capito che la boria, alla fine, non porta trofei. Proprio questa ritrovata modestia, questo profilo basso che nasconde una qualità tecnica spaventosa, rischia di essere profetica. Con questo atteggiamento, l'Inghilterra smette di essere l'eterna delusa e diventa la seria, serissima pretendente a questo Mondiale. Sono passati sessant'anni esatti da quel lontano, unico e contestato 1966. La cabala, la maturità e la fame remano tutte dalla loro parte. E quindi un invito a voi, anti-inglesi da tastiera, che ancora godete per la finale di Wembley del 2021 come se fosse l'unica gioia rimasta in un panorama calcistico nostrano desolante. L'invito per i veri amanti del pallone, quelli liberi da complessi d'inferiorità, è uno solo: quest'anno tifiamo Inghilterra. Tifiamola per la bellezza dei suoi cori, per la dignità dei suoi tifosi che viaggiano ovunque senza distruggere le fontane altrui, e per il diritto di vedere una generazione di talenti pazzeschi prendersi quello che la storia gli ha finora negato. Lasciate da parte il vecchio sciovinismo tricolore. Alzate il volume, bevetevi dieci pinte e, per una volta, cantate anche voi di quella meraviglia collettiva: ne usciremo tutti migliori.

https://www.youtube.com/watch?v=qyCAv_YrKCQ&t=1400s

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Foto di:

Ansa

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