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9 febbraio 2021

Hamilton: "Quando morì Senna,
piansi di nascosto. Mio padre dice
che è un segno di debolezza"

  • di Giulia Toninelli Giulia Toninelli

9 febbraio 2021

Solido, sicuro, affamato. Siamo spesso abituati a vederlo così, Lewis Hamilton, ma negli anni il britannico ci ha lasciato - qua e là - pezzetti del suo carattere e del suo passato. E questo è uno di quelli
Hamilton: "Quando morì Senna, piansi di nascosto. Mio padre dice che è un segno di debolezza"

Per chi lo vede oggi e lo conosce così, campione assoluto, Lewis Hamilton sembra un uomo senza paure. Sembra avere tutto in mano, tutto sotto controllo. Eppure Lewis Hamilton è stato un ragazzino talentuoso, insofferente, chiuso in una realtà troppo piccola. Arrivato in Formula 1 ha cominciato a perdere, prima di iniziare a vincere. Il percorso inverso rispetto a quello di Sebastian Vettel, viene da dire. 

Si è trovato come compagno di squadra il peggiore di tutti, altro che maestro da cui trarre ispirazione. Sopravvivere a Fernando Alonso, per il britannico, è stato l'inizio del successo. Un percorso interrotto in mille occasioni, come il mondiale perso con Nico Rosberg nel 2016, ma che lo ha portato alla vetta più alta. 

E chi conosce bene la storia di Hamilton sa del ruolo, dominante, che ha avuto sulla sua fame e sulla voglia di emergere. Aspetti che fanno di Lewis quello che è. A un certo punto il percorso dei due, con il padre anche manager del figlio, si è diviso. E oggi, che padre e figlio si sono riavvicinati, Hamilton riesce a farci vedere anche qualche stralcio di quel rapporto. 

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Intervistato da Adam Baidawi per il nuovo numero di GQ ITALIA, Lewis ha tirato fuori un pezzetto di questo rapporto, riportando a galla anche un ricordo già raccontato negli scorsi anni: quello sulla morte di Ayrton Senna, il suo mito.

"Da ragazzino volevo fare qualcosa di grande, come Ayrton. Per poter essere ricordato e rispettato come lui - ha detto il pilota - Quando è morto, tutto il Paese è sceso in strada per il suo funerale. Io ho pianto. Ricordo che avevo una gara quel giorno. Non potevo farmi vedere da mio padre, non potrei mai piangere davanti a lui che mi ha sempre ripetuto 'è un segno di debolezza'. Ricordo di essere sceso dall'auto per sfogare le lacrime, poi mi sono asciugato alla svelta per tornare a preparare il mio go-kart e partecipare alla corsa. Avevo nove anni". 

E questo dice già tutto, di Lewis Hamilton. Della sua dedizione, della fame, e forse anche di quel carattere nascosto che non siamo abituati a vedere, tranne quando - raramente - decide di regalarci un pezzetto di lui. 

 

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