A Goiania, per il GP del Brasile, non c’erano giornalisti italiani. Questo principalmente a causa dei costi di trasferta insostenibili, infatti l’organizzatore aveva proposto dei “pacchetti” per soggiornare nella zona in accordo con le strutture locali, le quali hanno ritoccato così tanto i prezzi da entrare in competizione con la Costa Azzurra ad agosto. Un peccato, perché di cose da raccontare ce ne sarebbero state a partire dal mercoledì, quando il circuito è stato alluvionato e i brasiliani (ma non solo) hanno raccontato che le immagini di una marea di fango arancione in pista fossero state elaborate con l’intelligenza artificiale. Questo per, si potrebbe azzardare, salvare la faccia davanti al mondo che guarda Goiania.
Purtroppo le immagini non solo erano vere, erano anche il preludio di un problema più grande. Che non ha nulla a che vedere col fatto di correre durante la stagione delle piogge, perché se avesse piovuto di nuovo sabato o domenica probabilmente a questo punto le gare non le avremmo viste per niente. Succede così che venerdì piove e i piloti buttano via metà delle prequalifiche, mentre sabato cede una tubatura per il drenaggio dell’acqua sul rettilineo, aprendo una buca. È roba senza precedenti, eppure lo è anche la reazione dei brasiliani: cemento a presa rapida al posto di un vero asfalto al grido di ‘non è in traiettoria’, Moto3 posticipata di qualche ora e Moto2 di un giorno, con la Sprint della MotoGP corsa un’ora e mezza più tardi.
Tutto bene? No, per niente. La domenica si cominciano ad annusare problemi anche tra curva 11 e curva 13, così come fuoriuscite d’acqua dal sottosuolo verso l’ultima curva. Si stacca l’asfalto. Così la MSEG (MotoGP Sports Entertainment Group, la nuova Dorna) decide di accorciare la gara di 8 giri, passando dai 31 previsti ai 23 effettivi. Lo decide, ma sarebbe meglio dire lo comunica, a circa sei minuti dal via, partendo dalla prima fila e scendendo un po’ alla volta. Qualcuno (tra cui Mir e Acosta, per esempio) passa alla gomma soft, qualcuno non ci pensa, qualcuno non fa in tempo. Nessuno, proprio nessuno ha tempo o modo di opporsi alla decisione.
Che fai? C’è già stata la procedura dell’inno a 10 minuti dal via, hai il casco, sei sulla moto, i tuoi uomini stanno per andarsene lasciandoti solo con la moto per il giro di ricognizione. Ti dicono che la gara sarà più corta di 8 giri e tu a quel punto vuoi solo che si parta il prima possibile, non pensare più a niente e correre, andare, avanti così. Le squadre non fanno in tempo a protestare, i piloti a rendersi conto della disparità di trattamento tra chi era davanti e chi dietro. E, soprattutto, in pochi capiscono che la gara è stata accorciata per ragioni di sicurezza: l’asfalto viene via come un trasferello, si rischia di più, un’altra buca (in gara) non è da escludere e diversi piloti finiscono lapidati in gara, se così si può dire. Tra gli altri a raccontarlo sono Alex Rins, Brad Binder e Toprak Razgatlioglu. A cinque giri dalla fine Marc Marquez si gioca il podio su quell’asfalto e forse anche qualcosa in più, la sensazione è che abbia voluto correre con un occhio più attento del solito alle condizioni, ben sapendo che una caduta a inizio stagione sarebbe stata complessa da gestire.
Di contro, Marco Bezzecchi se la ride: “Se devo essere brutalmente onesto è andata meglio così”, ha detto a Sandro Donato Grosso per Sky, dopo la gara. “Avevamo dei problemi con la media e ci hanno pure tolto dei giri, anche se non so perché”. Probabile invece che lui conoscesse il motivo della decisione, d’altronde nel retropodio aveva parlato di asfalto che si stacca, e che piuttosto non gli abbiano spiegato bene le sue possibilità di esporsi sul tema.
Mentre i piloti lasciano il Brasile per gli Stati Uniti, dove tra meno di una settimana si correrà il GP delle Americhe ad Austin, il pensiero che ci attraversa - e che magari alberga anche nella testa di qualche pilota - è un dubbio sulla fiducia da riporre nella MSEG. L’organizzatore potrebbe aver informato i piloti a 5 minuti dalla partenza per non innescare proteste da parte di team e piloti stessi, perché come ha spiegato anche Alex Marquez sarebbe bastata una nuova procedura di partenza per dare a tutti la possibilità di rivedere la propria scelta delle gomme, le strategie elettroniche e la quantità di benzina. I piloti si sono fidati perché sono animali da competizione, da corsa. E perché malgrado tutto si sentono tutelati. Se venisse a mancare questa condizione dovremmo prepararci a un salto negli anni Settanta, anni di piloti che scioperano, di circuiti pericolosi, di morti in gara. Al circuito cittadino di Adelaide, per esempio, le cose dovranno andare molto diversamente. Tenere nascoste le cose ai piloti fino a 5 minuti dalla partenza - ammesso e non concesso che sia andata così - è il modo migliore per metterseli contro, creando molti più problemi di quelli che si pensa di risolvere. A questo punto sarebbe interessante sapere di che si parlerà ad Austin, quando i piloti si riuniranno in Safety Commission prima del GP.