Pensare che l’ultima casa diversa dalla Ducati ad aver vinto un titolo in MotoGP sia la Yamaha fa un certo effetto. A maggior ragione se consideriamo che, degli ultimi tredici anni, 10 titoli mondiali sono finiti nelle mani di Marc Marquez, della Ducati o, nel 2025, di entrambi.
Siamo in una malga tra le Dolomiti a mangiare polenta carbonera al lancio della stagione Ducati, Campioni in Pista, quando Mauro Grassilli ci racconta come si ragiona a Borgo Panigale: dice, il Direttore Sportivo della Ducati, che quando si è pensato di mettere i piloti sulle Desmo 450 MX per smuovere un po’ di neve entrambi i piloti si sono chiesti come chiodare le gomme. Pecco Bagnaia ha suggerito senza neanche pensarci di montare i chiodi all’anteriore per non rischiare chiusure d’avantreno. Marc Marquez, quasi all’unisono, ha detto che sarebbe stato meglio il contrario, quindi montare i chiodi sulla gomma dietro per avere trazione. D’altronde lo spagnolo guida usando il posteriore come un timone e l’italiano, da sempre, si affida in buona parte all’anteriore. Caratteri diversi, stili diversi, riflessi condizionati che prendono il sopravvento alla svelta anche lontano dai circuiti. Mentre pensate a cosa fareste voi, a chi ha ragione e chi ci vede più lungo, Ducati ha fatto l’unica cosa sensata: ha montato i chiodi sia all’anteriore che al posteriore su entrambe le moto.
È una bella sintesi di un sacco di cose. Di come ragionano i piloti, di quanto le soluzioni migliori siano quelle che funzionano per tutti e di come, in effetti, Ducati abbia ancora una volta dominato il rito delle presentazioni alla stampa con un evento totalmente fuori scala: tre giorni a Madonna di Campiglio per parte della squadra, gli sponsor, i Ducatisti più facoltosi, una piccola delegazione di giornalisti e, soprattutto, due piloti MotoGP che arrivano impennando nella neve su due monocilindrici da competizione. Questo succede il martedì, dopo l’ormai tradizionale gara di sci vinta dalla figlia di Hans Knauss, Nella, che dopo aver lasciato lo sci agonistico fa la giornalista per una TV austriaca. Un dispiacere per Bagnaia, che aveva passato qualche giorno ad allenarsi con un maestro per limare un po’ i tempi, contrariamente a Marc Marquez che invece ha direttamente alzato bandiera bianca, scegliendo invece di andare a scarpinare per “non prendere rischi inutili”.
36 ore prima della gara ci troviamo in una piccola sala riunioni del prestigioso Carlo Magno Hotel, che forse per l’occasione o magari per convenzione è tutto illuminato di rosso. Davide Barana, Direttore Tecnico Ducati Corse, ci sta spiegando quanto la tecnologia Lenovo aiuti il lavoro in pista sia in termini di raccolta e analisi dati che per lo sviluppo. Di fatto la moto è cambiata molto quest’anno, a partire dalla potenza della moto che pare aumentata nonostante i motori non si possano modificare a causa del regolamento tecnico. Ducati ha quindi sviluppato un nuovo condotto dell’airbox, lo snorkel, per aumentare i flussi d’aria in camera di combustione, il che sembra voler dire agli avversari che a Borgo Panigale non si dorme mai. La moto cambia poi sul versante ciclistico con soluzioni (telaistiche) pensate per offrire più stabilità in pistoni veloci come Assen o Phillip Island, mentre si è cercato anche di ridurre ulteriormente le vibrazioni di cui si sono lamentati diversi piloti, motivo per cui ci aspettiamo un nuovo mass dumper. C’è poi un abbassatore aggiornato, alla sua ultima evoluzione prima di sparire col nuovo regolamento, ed una nuova aerodinamica che, però, vedremo soltanto a Sepang.
Stilisticamente ci sembra di avere davanti una della Ducati MotoGP più belle della storia, a cui per essere apprezzata fino in fondo manca soltanto la patina del tempo. Di certo ai bolognesi non sarebbe potuta andare meglio: segnare l’era del dominio Ducati nell’anno del centenario così, con una fila di 88 podi consecutivi e un team prontissimo a ripetersi è una cosa che può capitare una volta ogni secolo. Ed è tutt’altro scontato che questa occasione si presenti sul serio. La moto per altro è anche l’ultima mille che vedremo nel motomondiale almeno per i prossimi cinque anni.
Ducati, ci ha spiegato Gigi Dall’Igna, ha compiuto un’evoluzione molto più ampia rispetto a quanto fatto lo scorso anno tra GP24 e GP25, il che speriamo ci libererà dall’imbarazzo di parlare di moto più o meno simili, diverse o assolutamente uguali tra una versione e l’altro.
Dall’Igna ha parlato anche di mercato: la priorità assoluta è rinnovare il contratto di Marc Marquez, cosa che potrebbe essere già accaduta, per poi iniziare a ragionare sul secondo pilota. Va detto che per Massimo Rivola in Ducati ad affiancare Marc c’è già il nome di Pedro Acosta, mentre a Pecco Bagnaia sarebbe stato consigliato di guardarsi attorno. Dall’Igna ha liquidato la cosa con una battuta: “Sono contento che in Aprilia si passi più tempo a parlare di noi che di loro”, dando prova ancora una volta di avere l’ironia composta tipica dei grandi pensatori. Di fatto però la notizia non è stata smentita da nessuno nell’entourage di Ducati Corse.
Durante questi tre giorni abbiamo parlato a lungo con Davide Tardozzi, che in una breve intervista ci ha raccontato di aver dato a Marc, ogni tanto, un piccolo consiglio, avuto a sua voltada un uomo di HRC molto vicino a Marquez: “A volte quando i piloti abbassano la visiera toccano un interruttore che stacca il cervello. Marc di solito non lo fa, però mi è capitato di dirgli ‘ragiona’”. Tardozzi ha pure parlato di Pecco Bagnaia, degli errori della scorsa stagione edel fatto che se lo aspetta veloce già a Sepang.
L’ultima sera, per l’ultima cena, Ducati ci porta al Rifugio Doss Alpine Style, per il quale serve prendere due diversi impianti di risalita, il secondo dei quali sembra preso in prestito da un parco divertimenti per i bei giochi di luce all’ingresso. In cima ci aspetta quella che è stata battezzata la sala immersiva, un piccolo capolavoro che racconta i 100 anni di storia della Ducati. Si parte dalla 125 Gran Sport Marianna, prima vera moto da corsa della Ducati (degli anni Cinquanta, con 12 cavalli) che solo a vederla viene da commuoversi, dal contagiri in cui la zona rossa è segnata col pennarello alle pedane con due posizioni per affrontare con uno stile diverso i tratti di misto e i lunghi rettilinei. A fianco, la Ducati 851 con cui Raymond Roche vinse il primo mondiale Superbike della sua storia, nel 1990. Il pezzo forte però è la Ducati F1 con cui Mike Hailwood corse al TT dell’Isola di Man nel 1978, una moto micidiale nelle linee, nelle grafiche e pure nella componentistica, tra cui risalta una pallina da tennis tagliata a metà collocata dove normalmente si trovano i serbatoi del liquido freni con cui Hailwood puliva la visiera dai moscerini durante la corsa. Ci sono poi la Ducati MotoGP con cui Casey Stoner vinse il suo primo mondiale nel 2007, quella di Pecco Bagnaia del 2023 e poi la Superbike con cui Alvaro Bautista vinse il campionato delle derivate lo scorso anno, per chiudere con l’ultima MotoE della storia, quella di Alessandro Zaccone.
Una storia meravigliosa, che siate Ducatisti o meno. Una storia che, con tutte le probabilità, verrà ampiamente celebrata quest’anno con il WDW 2026, in programma dal 3 al 5 luglio sul circuito di Misano. Nel frattempo, Ducati ha lasciato la neve delle Dolomiti per il caldo della Malesia, dove è pronta a debuttare la “vera” Desmosedici GP26. Quella del centenario, quella che potrebbe portare il 10° titolo nelle mani di Marc Marquez.