Queste Olimpiadi, ve lo abbiamo già raccontato, ci hanno già detto che non serve essere amici per vincere. È il mondo dello sport professionistico, dove tutto è finalizzato al risultato, alla vittoria, alla medaglia. I compagni di squadra sono un mezzo per raggiungere un fine. Ma l'errore sta nel pensare che anche la vita sia così. Che non conti il percorso e il rapporto costruito con i propri compagni di viaggio bensì solo il risultato finale. Ma, come nelle migliori storie di sport, le Olimpiadi proprio alla loro fine ci sbugiardano e ci regalano un esempio di umanità, amicizia e fratellanza.
Francesca Lollobrigida è stata criticata per aver festeggiato l'oro con in braccio suo figlio. Beh ieri c'erano due bambini che un padre con cui festeggiare l'oro olimpico non ce l'avevano più. Sono Guy e Jane, i figli di Johnny Gaudreau. Il nome alla maggior parte non dirà niente, come potrebbe essere altrimenti per uno sport come l'hockey, che in Italia ha una risonanza mediatica bassissima. Johnny Gaudreau era conosciuto come “Johnny Hockey”, e già dice tutto... Era la stella dei Columbus Blue Jackets. Un attaccante, di quelli di razza, uno di quei giocatori da un punto a partita. Era, sì perché la sua vita si è interrotta bruscamente il 29 agosto del 2024. Un incidente se lo è portato via all'improvviso mentre era in bicicletta con il fratello minore Matthew. Un uomo guidava ubriaco e li ha travolti, avevano 31 e 29 anni. Ha lasciato una carriera da star, ma soprattutto una famiglia bellissima. I due figli, Guy e Jane appunto, e la moglie Meredith che al suo funerale ha annunciato di essere in attesa di un terzo bambino, John jr.
Se non fosse stato per quella fatalità probabilmente Johnny Hockey avrebbe pattinato sul ghiacchio dell'Arena Santa Giulia. Eccome se ci avrebbe pattinato, e avrebbe pure gonfiato le reti con i colpi del suo bastone. Gli Stati Uniti sono stati invece costretti a partire senza di lui, seppur solo fisicamente. La maglia numero 13 di Gaudreau è rimasta appesa nello spogliatoio. Fissa, un monito, un motivo per lottare. Quella degli Usa infatti, al contrario di come si potrebbe pensare, non era affatto una vittoria scontata. L'oro olimpico manca agli statunitensi nel torneo maschile dai Giochi casalinghi del 1980. Un digiuno enorme per la nazione che insieme al Canada è La Mecca per i praticanti dell'hockey. Spesso i giocatori della Nhl, il campionato nordamericano, hanno snobbato le Olimpiadi, preferendo concentrarsi sul campionato che in questi mesi vive una fase cruciale. Questa volta però hanno deciso di fare sul serio. La Nhl si è fermata per consentire ai giocatori migliori del Paese di volare verso Milano. E allora la volata è stata rapida, e la finale, scontata, tra Usa e Canada. I cugini del nord hanno dominato a lungo la partita, tirando 42 volte verso il portiere Connor Hellebuyck. Ma gli statunitensi, anche grazie all'intervento decisivo dello stesso Hellebuyck, hanno resistito e colpito nel momento chiave, all'overtime. E allora forse, in quel disco che si ostina a non entrare e poi entra nel momento giusto c'è un po' dello zampino di Johnny Hockey. Sicuramente c'è la caparbietà di una squadra che ha deciso di non mollare mai, di tenere duro fino alla fine, fino all'overtime. Per interrompere un digiuno olimpico lungo 46 anni e per dare il giusto tributo a un compagno d'armi che non c'è più. Dopo la fine della partita Brady Tkachuk e Zach Werenski hanno portato sul ghiaccio la sua numero 13, quella che per tutto il torneo olimpico è stata appesa nello spogliatoio. Poi Werenski e Dylan Larkin sono andati verso la tribuna. La moglie di Johnny, Meredith, e i suoi figli che ora sono tre sono volati a Milano fin dall'inizio dei Giochi per supportare la nazionale statunitense. I compagni volevano un Gaudreau nella foto, non hanno avuto Johnny ma ne hanno avuti due, Huy e Jane per uno scatto che è già iconico. Tkachuk, compagno di squadra di Johnny a Columbus lo ha ribadito più volte, questa vittoria è per lui. E allora mentre nell'Arena Santa Giulia risuona l'inno americano la maglia numero 13 è rimasta su, la più alta del gradino più alto. Le Olimpiadi così ci riportano alla vita, quella vera, quella che non è fatta solo dalla medaglia ma dal percorso. I rapporti, le amicizie, la fratellanza, e se un gruppo ha ben fisso in testa queste parole forse vincere diventa anche un poco più facile.