Sembra una scena di Fargo, dei fratelli Coen. Il montaggio è alternato, da una parte tre uomini sorridenti, festeggiano, si abbracciano, dall'altra un uomo è solo nel bianco della neve. È bardato con casco, protezioni, maschera, si sgancia gli sci, lancia i bastoni con furia e passa sotto le barriere che delimitano la pista di Bormio. Inizia a camminare in mezzo alla neve fredda che arriva fino alle caviglie, cade, si rialza, arranca, si sbraccia. Poi raggiunge l'ultima barriera prima della foresta e si arrende. Si accascia nella neve. Per tutti e quattro i protagonisti di questa scena quella di ieri sarà una giornata che non dimenticheranno. Tre hanno appena vinto la medaglia olimpica nello slalom, sono Kristoffersen, Gstrein e Meillard. L'altro quell'oro olimpico lo ha appena perso. È Atle Lie McGrath, è un norvegese e nello slalom è in testa alla classifica della Coppa del Mondo. In prima manche qualche ora prima ha dominato, rifilando 0.59'' al secondo. Il suo rivale più temibile, il brasilonorvegese Braathen, si è fatto fuori da solo, insieme a molti altri atleti della Coppa del Mondo. McGrath ha la strada spianata verso l'oro, o quantomeno verso una medaglia, l'assapora, se la vede già al collo, come fare altrimenti? È il più in forma, il più forte e ha più di mezzo secondo di margine. Così va, per ultimo, quando gli occhi di tutti sono puntati su di lui. Parte e...
L'inforcata è l'errore più comune per uno slalomista. Sbaglia il tempo e invece di oltrepassare un paletto all'esterno si ritrova con uno sci all'interno e uno all'esterno, come in una forchetta. Porta alla squalifica immediata. McGrath ha inforcato al primo cambio di pendenza, proprio quando doveva accelerare. Un'inforcata banale, nettissima, anche grossolana. L'errore di chi non c'è con la testa, di chi non ha retto la pressione. Di chi nella sua solitudine lassù al cancelletto di partenza, ultimo rimasto dopo che gli altri sono scesi, quei decimi di secondo se li è sentiti tutti quanti sul groppone. E così quella fuga in mezzo alla neve è una fuga da se stesso, da una frustrazione incontenibile. Una fuga dagli altri, dalle telecamere che insistentemente lo cercano con crudele voyeurismo della sofferenza. Perché non esiste solo l'Olimpiade degli eroi, degli ori, dei record e del medagliere. Esiste quella dei grandi sconfitti, dei Malinin, dei McGrath. Quelli che quella medaglia l'hanno sfiorata senza afferrarla, e ora dovranno aspettare altri quattro anni. E allora si rincorrono i dubbi, le paure: in quattro anni può succedere di tutto... Saranno ancora al top? Saranno ancora atleti? McGrath stava scendendo con il lutto al braccio, in onore del nonno morto durante la cerimonia di apertura. C'era anche lui nei suoi pensieri quando si rotolava disperato nella neve. “Se oggi è la giornata sportiva peggiore della mia carriera, la perdita di mio nonno è stato il momento peggiore della mia vita” ha dichiarato. Lo sfogo di un periodo difficile, una pressione insostenibile. Resta solo l'amaro in bocca di un'occasione sprecata, di non aver onorato la memoria di chi non c'è più, di aver deluso una nazione, ma soprattutto se stesso. E queste Olimpiadi ci insegnano ancora una volta che dietro quei caschi e quelle maschere ci sono esseri umani, non semplici nomi accanto a un tempo sulla tv. Così, mentre sul podio risuonavano gli inni, poco lontano c’era un uomo solo nella neve. L’Olimpiade è anche questo: quei pochi centimetri tra la gloria e il nulla.