Avere 21 anni ed essere considerato un Dio è una responsabilità ma non una colpa. La responsabilità, certo, è anche di Ilia Malinin, che niente ha fatto per evitare la narrazione mitica costruita intorno al suo personaggio. Ma ha 21 anni. Il resto del mondo gli è andato dietro, l’ha aizzato, gli ha fatto credere che per lui c’è solo la vittoria, mentre qualsiasi altro risultato è immediatamente notizia. Nella finale di pattinaggio di figura individuale a Milano Cortina è caduto due volte, i salti che ha chiuso erano di un livello decisamente inferiore a quello che ci ha abituato. Il backflip, evoluzione al limite dell’illegalità, atterrato in maniera pesante sul ghiaccio. Ha il volto preoccupato, Malinin, mentre pattina. Sa che la medaglia non la vincerà. Anche i movimenti delle braccia, di solito usati per chiamare il sostegno del pubblico, sono stanchi. Nella posa finale è senza sorriso. Il fallimento dell’americano ha avuto un contraccolpo sull’intera gara, basti vedere la reazione di Daniel Grassl, pattinatore italiano, che, come tutti all’Ice Skating Arena, non si aspettava un esito del genere. Ilia Malinin finisce ottavo. Erano tutti lì per lui, sono passati dall’Arena Snoop Dogg, Novak Djokovic, Simone Biles. “Non ho saputo gestire il momento”, dirà a fine gara. Le sue cadute hanno quasi fatto dimenticare il resto della gara. Mikhail Shaidorov è l’oro olimpico; l’argento se lo prende Yuma Kagiyama, rivale di Malinin e già previso come secondo classificato; terzo, e in lacrime, chiude Shun Sato, che giù era stato battuto da “quad god” nel team event.
Un essere divino non può cadere e venire meno alla natura che gli altri ti hanno attribuito. Non deve, quindi. Un dovere piuttosto che una necessità. A 21 anni essere Dio pesa. Ogni volta che indossa i pattini Ilia Malinin deve fare qualcosa di miracoloso, come rimanere in piedi su una lama spessa qualche millimetro dopo essersi capovolto in aria. Siamo nel dominio dell’impossibilità. E a volte il peso del trascendente è troppo. nche in telecronaca su Eurosport i toni sono duri, persino troppo. E quella parola, fastidiosa e ingrata, circola tra le righe, mai esplicita: “Sopravvalutato”. Immediata e altrettanto prevedibile l’attivazione della fogna social, che gode della caduta di un ragazzo americano, biondo, bello, invidiato e odiato. Un ragazzo che si è scoperto diverso da come credeva: si è scoperto umano.