C’è una versione di Michael Schumacher che nessun numero riesce a raccontare. Non i sette titoli mondiali, non le novantuno vittorie, non i record che ha frantumato e riscritto in F1. È la versione che emerge in tutti quei momenti in cui il tedesco smetteva di essere il campione di ghiaccio, quando il controllo millimetrico che lo rendeva imbattibile in pista spariva e lasciava il posto a qualcosa di più istintivo, più fragile, più costoso.
Chi più di tutti ha vissuto da vicino quei momenti è Jean Todt. L’uomo che ha portato Michael a Maranello, ex team principal della Ferrari negli anni d’oro della Scuderia, ma anche una delle figure che ha risollevato il Kaiser dopo i fallimenti e gli errori, quelli che hanno preceduto il primo titolo con la Rossa arrivato solo nel 2000, a Suzuka. E, a trent’anni dalla prima stagione di Schumi con la Ferrari, a ricordare quelle difficoltà è proprio il francese, intervenuto nel podcast High Performance. Due volte in cui il pilota più dominante della sua generazione smise di essere IL campione. E in entrambi i casi il conto da pagare fu salatissimo.
Jerez, 1997. Ultima gara del Mondiale, tutto ancora aperto con Schumacher e Villeneuve separati da un solo punto in classifica. In gara Schumacher brucia Jacques in partenza, ma dopo l’ultimo pitstop il canadese attacca e, quando il tedesco lo vede arrivare negli specchietti, fa una scelta disperata, commentata dallo stesso Todt senza mezzi termini: “Lo speronò di proposito. Michael è un ragazzo straordinario, ma ogni volta che perdeva il controllo ne pagava le conseguenze a caro prezzo”.
Andò male, malissimo. Schumacher finì nella ghiaia e si ritirò. Villeneuve proseguì e si prese il titolo. La FIA, poi, fece il resto: squalifica dal Mondiale Piloti, il risultato più umiliante che si possa immaginare per uno come Schumi. Una mossa calcolata, sbagliata, pagata fino all’ultimo centesimo.
Nove anni dopo, Monaco. Qualifiche del Gran Premio, con Schumacher in pista che aveva appena siglato il miglior tempo, mentre Alonso, suo rivale quell’anno, non aveva ancora messo a segno un riferimento valido. Alla Rascasse, la Ferrari si ferma. Non per un problema tecnico, non per un incidente. Si ferma e basta, bloccando la pista nel momento peggiore possibile e impedendo allo spagnolo di migliorare il proprio crono. I commissari ci misero ore, ma la decisione fu netta: la pole position conquistata in pista gli fu tolta perché quell’errore fu volontario, condannandolo a partire dal fondo della griglia.
Todt ricorda anche questo: “Quanto accaduto con Villeneuve gli è costato il campionato, così come quello che è successo nel 2006, quando nelle qualifiche di Monaco realizzò un testacoda di proposito. Partì dal fondo della griglia e anche quello gli costò il Mondiale. Quei due errori gli sono costati carissimo”.
Due episodi, due Mondiali persi, due momenti in cui Schumacher tradì se stesso prima ancora degli avversari. In un certo senso, è la storia di un campione che si autodistrugge, che in alcuni dei momenti più alti della sua carriera sceglie di giocare sporco. E a confermarlo è proprio Todt che, in fondo, - almeno in pista - Michael lo conosce meglio di chiunque altro.
Lo ha visto vincere e lo ha visto sbagliare, spesso dalla stessa postazione, con gli stessi occhi. E il giudizio finale non fa sconti, nel bene e nel male: un pilota straordinario che, però, ogni volta che perdeva il controllo ne pagava le conseguenze. A caro prezzo, sempre.