Jorge Martìn ha sbagliato. Provarci lì, con l’asfalto di Balaton e in un punto sicuramente non gommato è stato più di un azzardo, ma occhio con le crocifissioni a orologeria. Ok i commenti a caldo dei piloti, qualche parola un po’ oltre che può essere volata quando ancora tutta l’adrenalina era in circolo, ma è già martedì e se ne parla ancora troppo. Jorge Martìn, infatti, s’è scusato immediatamente e lo ha fatto con quell’aria lì che ha lui ultimamente da persona che s’è pure avvicinata tanto alla fede.
E’ stato sincero. Pulito nel chiedere scusa quanto non lo è stato in quella partenza. E, diciamolo, s’è mostrato umano come troppo spesso ci si dimentica che i piloti sono prima di tutto umani. Dimenticandosi, contestualmente, che nessuno s’è fatto troppo male e che nelle corse è sempre e solo l’unica cosa che deve contare davvero. “Mi dispiace molto -per le conseguenze che questo incidente avrebbe potuto avere per gli altri piloti, le loro squadre e le loro gare – ha detto subito - Non si vorrebbe mai essere coinvolti in una situazione come questa”.
Stare lì a analizzare e rianalizzare quell’incidente, a cercare colpe o a fomentare chi ci ha rimesso, è esercizio che niente dovrebbe avere a che vedere con il motorsport. Sia chiaro: non significa assolvere, ma rendersi conto che comunque quel ragazzo, anche se è spagnolo, anche se non s’è comportato benissimo con Aprilia, anche se oggi è rivale di un italiano che può farcela, è comunque un essere umano e un atleta che per un anno intero ha dovuto chiedersi se la sua carriera fosse finita o no. E che, adesso che ha capito di poter davvero dire ancora la sua, giustamente ci prova. “Voglio scusarmi con tutti i miei colleghi – aveva detto domenica a Balaton - Ho perso il controllo della moto e, purtroppo, ciò ha causato diverse cadute che non ho potuto evitare. La cosa più importante è che, grazie a Dio, stiamo tutti bene. In situazioni come questa, è tutto ciò che conta veramente”.
Bastava qui. Montarci sopra troppe analisi non è da appassionati veri. E tutto il resto che eventualmente ci sarà da dire è giusto che venga detto all’interno di un box, tra uomini che vestono gli stessi colori e hanno lo stesso sogno. Quei due long lap di penalità sono troppo? No, non sono troppo, ma a una condizione: che sarebbero stati comunque due long lap se a finire travolti dalla manovra di Martìn fossero stati piloti non in lizza per posizioni di vertice. Perché il tremendo sospetto, su questa nuova MotoGP, è che conta solo chi si gioca la vittoria. Se invece di Marco Bezzecchi ci fosse stato Cal Crutchlow (giusto per dirne uno che non avrebbe vinto di sicuro e che non si gioca un mondiale) la mano dei commissari sarebbe stata ugualmente pesante?