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14 marzo 2022

La festa per Enea Bastianini è stata una gresinata

  • di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

14 marzo 2022

Guardi quelle foto e pensi che sembra assurdo. Non che Enea abbia vinto, non che questo presente è il figlio di un dolore atroce, ma che quei sorrisi intorno a un tavolo siano dovuti a un modo di stare in un mondo che invece è denaro e business. E magari la storia di Enea Bastianini che vince e del Team Gresini che festeggia diventa il modo per ricordarci, tutti quanti, che l’unica dimensione vera è quella umana e che il resto è solo sovrastruttura
La festa per Enea Bastianini è stata una gresinata

C’era Enea Bastianini, c’era la famiglia Gresini al completo, c’erano gli uomini del team e pure quelli di Ducati. Senza divise, senza segnali di appartenenza, ognuno vestito come meglio ha ritenuto al mattino scendendo giù dal letto. Le foto della festa per Enea Bastiani, organizzata dgli amici e dalla famiglia del pilota, sembrano quelle di una grigliata tra amici, magari per celebrare il trofeo di caccia, la vittoria al calcetto o al torneo di scopone. Tipo quelle che faceva Fausto Gresini giusto per avere una scusa per stare insieme, ridere e mettersi alla griglia. Invece si festeggia una vittoria in MotoGP. C’è un paradosso meraviglioso in quelle immagini, perché la semplicità fagocita il risultato stesso e finisce per farci dimenticare che la MotoGP è denaro e business. Tanto denaro e tanto business. La famiglia Gresini lo sa, sta al gioco come è giusto che sia, ma ha voluto mantenere, appunto, il taglio di famiglia, quasi non curandosi dell’enormità della posta in gioco. E alla fine ha avuto ragione perché, diciamocelo chiaramente, se anche la vittoria di Enea fosse l’ultima di stagione, quella squadra ha già fatto più di quanto i soliti espertoni potevano aspettarsi.

E, giustamente, hanno festeggiato. Come? A ostriche e champagne? In cravatta e marhi in vista? Nel localone di lusso e discoteca affittata per la serata? No. Hanno festeggiato intorno al tavolo di un ristorante di Riccione, come fa una famiglia che ha perso un pezzo prezioso e di colpo è diventata ancora più grande, facendo diventare inutile anche ogni simbolo come una semplice divisa. Normalità. Come un valore che non tiene conto dei numeri e che, eventualmente, se ne serve. Fino a farli, i numeri. “Abbiamo festeggiato – ha detto Nadia Padovani – prima di preparare tutto e partire per l’Indonesia, vogliamo fare bene anche lì”. Una frase così non è un proclama da team manager, ma l’abbraccio di una mamma che è arrivata ad amare la consapevolezza che l'autenticità viene prima anche della bellezza, il momento conta più dello scenario, e che l’unica cosa da fare è alzarsi al mattino e costruire qualcosa, nel modo migliore possibile e solo con chi c'è. Lì e adesso. Senza pesi mentali, senza troppi ragionamenti, senza quei “sì, ma, però” che sono autentico veleno. Solo con la certezza che quello che conta davvero è quasi sempre a portata di mano e che di perfetto c’è solo l’imperfezione. E che il dolore, quasi sempre, è come le acque che si rompono annunciando una nascita imminente.

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